Lasciare i Baltici dopo dieci giorni mi sembra quasi un’opera incompiuta. Avrebbero ancora molto da offrire e io, in fondo, ho appena imparato a guardarli. Fin dall’inizio l’obiettivo non era visitarli compiutamente — impossibile con il tempo a disposizione — ma entrare nel loro spirito senza una lista di caselle da spuntare. Solo che, per me, sono stati una storia lenta. Mi ci è voluto un po’ per abituarmi alla quiete, al cielo pallido e a quella brezza di mare che le lunghissime giornate di sole non riuscivano mai a scaldare del tutto.
Continuo a fantasticare su Narva, Tartu, la Collina delle Croci e sugli altri posti rimasti fuori dall’itinerario. Ma il viaggio deve andare avanti. Disteso su una poltrona dell’aeroporto di Vilnius aspetto il volo per Danzica e, insieme all’aereo, il passaggio dalla geografia baltica a quella polacca. Sulla carta sono mondi contigui; poche ore dopo capirò quanto possano essere diversi.
La scelta dell’aereo è stata sofferta. Poco più di seicento chilometri separano Vilnius da Danzica e avrei preferito percorrerli in autobus, attraversando il corridoio di Suwałki: la stretta fascia tra Polonia e Lituania, schiacciata fra Kaliningrad e Bielorussia. I collegamenti trovati, però, superavano le dieci ore e passavano per Varsavia. Tre quarti d’ora d’aereo e circa quaranta euro hanno infine avuto la meglio sul fascino della geopolitica.
La fiera e il primo impatto
Atterro intorno alle sette di sera. Il clima è piacevolmente fresco, il cielo terso e una luce pallida filtra dalle vetrate di un aeroporto quasi deserto. Il terminal, di per sé, non è diverso da molti altri; è la precisione baltica ad avermi reso sensibile a ogni minima crepa nell’ordine. Così noto subito la mezz’ora d’attesa per un autobus sovraffollato, l’impossibilità di pagare con la carta e quel piccolo disordine che, dopo Tallinn, Riga e Vilnius, accolgo con una certa nostalgia.
L’autobus mi lascia ai margini del centro. Alle spalle ho la stazione di Gdańsk Główny, con i mattoni rossi, la grande torre dell’orologio e quell’aria neorinascimentale che introduce la città meglio di qualunque insegna. Davanti, invece, mi arriva addosso un brusio denso e corale. Le strade principali si allargano e si contraggono sotto la pressione di una folla cosmopolita, a tratti impenetrabile. Se le tre capitali baltiche mi erano sembrate simili nelle loro differenze, Danzica mi appare diversa già nel volume: parla più forte.
Scopro presto il motivo. La città non sta semplicemente vivendo l’estate: celebra il suo rito più antico, il Jarmark św. Dominika, la Fiera di San Domenico. Nel 1260 papa Alessandro IV concesse ai domenicani il privilegio di istituirla per attirare fedeli e mercanti. Allora i moli erano presi d’assalto dalle navi della Lega Anseatica cariche di panni fiamminghi, vini francesi, spezie, pellicce e ambra. Oggi le merci sono cambiate, il meccanismo no.
Le bancarelle in legno si susseguono lungo le vie storiche: orologi da tasca, mappe ingiallite, fotografie di famiglie sconosciute, ferri militari, giocattoli e schegge d’ambra. L’aria sa di carne alla griglia, pierogi e oscypek, il formaggio di pecora affumicato servito con confettura di mirtilli rossi. Una festa medievale aggiornata al pagamento contactless, quando il terminale funziona.

Scendendo verso la Motława, la folla si addensa lungo Długie Pobrzeże. Lo sguardo indugia a lungo sulla sagoma dello Żuraw, la gigantesca gru portuale medievale in legno, mentre galeoni ricostruiti per i turisti scivolano sull’acqua e i tavoli dei locali traboccano di bicchieri. Attraverso la passerella verso Ołowianka. Sono stanco, ho lo zaino che tira sulle spalle e fino a quel momento avevo vissuto il trambusto come un’aggressione. A metà del ponte mi fermo: da una parte il rumore e le facciate dei mercanti, dall’altra l’acqua che si prende tutto e lo restituisce rovesciato. Danzica pare vecchia di secoli e nuova di zecca allo stesso tempo.

Sull’altra riva il frastuono della fiera si stempera. Szafarnia corre tra la darsena delle barche a vela e i vecchi granai in mattoni, trasformati in hotel e appartamenti. L’ostello è ricavato ai piani bassi di uno di questi alberghi: professionale, moderno, del tutto anonimo. La camerata da dodici è piena solo per metà e ha certamente visto tempi migliori, ma la finestra sulla marina è un argomento difficile da controbattere.

Mitch e le sue scimmie
In camera trovo una ragazza americana intenta a parlare con un uomo che, per mascella e abbronzatura, assomiglia a Mitch Buchannon di Baywatch. Lei è un mitra di parole. Mentre preparo il letto la sento lamentarsi: «È assurdo, in questo paese nessuno parla inglese. Mi sento a disagio, ho paura di finire in qualche situazione spiacevole.»
«Eh, pensa te quanti parlano italiano», mi esce a mezza voce.
Mitch si gira di scatto. «My friend, ma sei italiano!» L’accento lascia poco margine all’immaginazione: romano de Roma. Non ho mai capito l’abitudine di chiamare my friend uno sconosciuto, ma in ostello le confidenze saltano diversi passaggi e la conversazione da italiani all’estero comincia senza bisogno di autorizzazione.
Il suo vero nome lo dimenticherò quasi subito. Ha una cinquantina d’anni portati bene e un passato nella consulenza, raccontato come una guerra da cui è uscito vivo per poco. Dice di aver lavorato fino allo sfinimento, poi di aver lasciato tutto. Da allora oscilla tra ostelli e hotel fuori stagione, vive di risparmi e di qualche lavoretto, torna a Danzica da vent’anni per sfuggire al caldo italiano e perché, ripete, «qui c’è tanto da scoprire, non hai idea».
Mitch è una miniera di informazioni e un attentato alla quiete. Alle nove di sera propone birre, aperitivi, cene, itinerari segreti. Io viaggio dalla mattina e vorrei soltanto dormire, ma lui ha già assunto il ruolo, non formalizzato eppure generalmente accettato, di vigile della camerata. La sua formula è sempre la stessa: «Non essere una scimmia».
Qualcuno lascia socchiusa la porta? «Chiudila che entrano i ladri, non essere una scimmia.» Qualcuno telefona dal letto? «Questa è una camera, vai fuori, non essere una scimmia.» Il suo bersaglio preferito è un ragazzo ucraino che rientra con lo zaino da rider sulle spalle. Mitch dice che si incontrano qui nello stesso periodo da due anni: lui viene per scappare dall’afa, l’altro per lavorare durante la fiera. Poi dà agli ucraini la colpa dell’aumento degli affitti e al ragazzo quella di non essersi ancora trovato «qualcosa di meglio». Mi dispiace sentirlo parlare così. Sul letto vedo soltanto i vestiti da lavoro di uno che ha pedalato tutto il giorno in una città non sua.
Lascio Mitch alle sue scimmie, con la promessa di bere una birra l’indomani, e finalmente dormo.
Una città al centro del mondo
La mattina Danzica mi sveglia con diciassette gradi, aria limpida e un cielo blu che pare appena lavato. Mentre vado verso il punto d’incontro del free tour mi torna in mente un detto sentito a Sarajevo: quando Sarajevo è al centro del mondo, non è mai una buona notizia. Lì il riferimento è all’attentato del 28 giugno 1914 e all’assedio degli anni Novanta. Ma la frase, penso, potrebbe appartenere anche a Danzica.

Quello che la tradizione considera il primo colpo della Seconda guerra mondiale viene sparato alle 4.45 del 1° settembre 1939 dalla corazzata tedesca Schleswig-Holstein contro Westerplatte, dove un piccolo presidio polacco resistette per sette giorni. Nello stesso momento viene attaccato l’Ufficio postale polacco n. 1, a pochi minuti dal centro. I dipendenti tengono l’edificio per ore; i superstiti catturati vengono poi processati come combattenti irregolari e fucilati.
Davanti alla posta, oggi, la storia non ha il tono ordinato di un manuale. Ha quello di una scena interrotta: il muro, il monumento ai difensori, le persone che passano con le borse della spesa. È qui che attacco bottone con una neozelandese di circa trentacinque anni. Anche lei viaggia da sola. È in Europa da due mesi: «Con quello che costano i voli dalla Nuova Zelanda, una volta arrivata conviene restare», dice con una logica ineccepibile.
Lavora per un’organizzazione di tutela ambientale e nel giro di pochi minuti parte con una filippica sull’uso inutile dell’automobile. «È una questione culturale prima ancora che fisica.» Io annuisco abbastanza da incoraggiarla e troppo per poter poi scappare. Continuiamo insieme il tour e, quasi senza deciderlo, anche il resto della giornata.
Ci fermiamo davanti a un piatto di pierogi. I miei sono ruskie — patate, formaggio e cipolla — i suoi ripieni di carne. Dal generale passiamo al personale. Lei mi racconta di essere stanca del consumismo: «I miei amici parlano solo di comprare una macchina, comprare casa, comprare questo, comprare quello. Io non compro niente. Viaggio.» Lo dice senza compiacimento, come si comunica una decisione ormai presa.
La città che non è una copia
Camminando con lei lungo Długa e Długi Targ capisco meglio l’impressione della sera prima. Danzica sembra antica e leggermente irreale perché gran parte di ciò che vedo è una ricostruzione. Nel marzo 1945 il Główne Miasto, il cuore monumentale, venne distrutto per circa il novanta per cento. Per qualche tempo si discusse perfino se lasciarlo in rovina.

Prevalse invece la ricostruzione. Non esattamente «com’era e dov’era»: i monumenti principali furono recuperati con rigore, molte facciate ridisegnate ispirandosi ai secoli d’oro della città e gli interni adattati alle abitazioni moderne. Dietro file di frontoni che sembrano appartenere a case diverse si trovano spesso edifici unificati. Chiamarlo falso sarebbe ingeneroso: è il modo in cui Danzica ha scelto quale passato rimettersi addosso per continuare a vivere.
Quei secoli d’oro hanno una data d’inizio. Nel 1308 i Cavalieri Teutonici — gli stessi che per oltre un secolo provarono a cristianizzare la Lituania con la spada — presero la città con un massacro che i polacchi ricordano come la rzeź Gdańska, la strage di Danzica. Ci rimasero più di centocinquant’anni, finché furono gli stessi mercanti a ribellarsi e a chiedere la protezione del re di Polonia: con la pace di Toruń del 1466 Danzica passò alla corona, conservando ampie autonomie. Da lì, con il grano che scendeva la Vistola, diventò il porto più ricco della futura Confederazione polacco-lituana. È quella la Danzica che, dopo il 1945, si è scelto di rimettere in piedi.
Il Museo della Seconda guerra mondiale prova invece a contenere tutto: l’invasione della Polonia, i fronti europei, il Pacifico, l’Olocausto e la vita civile. L’allestimento è spettacolare e l’ambizione enorme. Ne usciamo in palese overdose informativa. Dopo ore dentro la catastrofe del Novecento ricordo più nitidamente una strada ricostruita sotto luci da coprifuoco che decine di pannelli. Il resto è già una nebbia.
I cantieri e la libertà
Danzica non è stata al centro del mondo soltanto quando il mondo ha cominciato a distruggersi. Nell’agosto 1980, nei cantieri navali Lenin, il licenziamento della gruista Anna Walentynowicz contribuì a innescare uno sciopero che presto coinvolse fabbriche e trasporti della regione. Gli operai esposero ventuno richieste alla Porta n. 2: non solo salari, ma libertà sindacale, diritto di sciopero e accesso all’informazione.
Il 31 agosto vennero firmati gli Accordi di Danzica. Nacque Solidarność, il primo sindacato indipendente riconosciuto nel blocco sovietico. I numeri sarebbero diventati enormi, ma qui la storia si lascia avvicinare soprattutto attraverso i luoghi: la porta, le gru, la Sala BHP e le tavole sulle quali furono scritti i ventuno postulati.

Il Centro Europeo di Solidarność sorge accanto ai cantieri come una nave color ruggine arenata sulla terraferma. Davanti svettano le tre croci del monumento ai lavoratori caduti nel 1970; poco più in là, tra capannoni e gru, figure costruite con rottami guardano il porto. Fragili e ostinate, spiegano il posto meglio di una cronologia.

La neozelandese e io ci salutiamo nel pomeriggio. In poche ore siamo arrivati ai cerchi più interni della conversazione, quelli che di solito richiedono settimane: com’è tipico degli incontri di viaggio, ci si racconta molto perché si sa che non ci sarà il tempo di pentirsene. Poi ognuno imbocca la sua strada. Ci promettiamo di scriverci. Forse lo faremo, forse no. La giornata però rimane, e questo basta.
Il bar del latte e l’economia secondo Mitch
Rientro in ostello e trovo Mitch pronto a uscire.
«Grandissimo, hai già mangiato?»
«Sì, in un bar del latte.»
«Quanto hai speso?»
«Dodici euro.»
«E che hai mangiato?»
«Cotoletta impanata, patate e kompot.»
Il bar mleczny, o bar del latte, è un’istituzione polacca: nasce a Varsavia nel 1896 come latteria con cucina e, nel dopoguerra, diventa la mensa di massa del socialismo, con piatti a base di latte, farina e uova, più economici della carne.
Mitch scuote la testa. Con gli stessi soldi, spiega, lui compra mezzo chilo di cibo al grande magazzino dopo le otto, quando fanno metà prezzo. Poi parte con la storia dei granai dell’isola e dei posti dove mangiano i veri polacchi. Non ce la fa proprio: per lui ogni conversazione è una consulenza non richiesta e ogni spesa altrui un bilancio da ristrutturare.
Sopot e Gdynia: la Tripla Città
Il giorno dopo seguo uno dei suoi consigli e prendo il treno per Sopot. Danzica, Sopot e Gdynia formano la Trójmiasto, la Tripla Città: tre centri cuciti insieme dai binari lungo la baia e tre modi quasi opposti di stare sul Baltico.
Sopot è la località di villeggiatura. Ville, alberghi, caffè, spiaggia, il celebre molo di legno e una strada pedonale che in agosto sembra l’uscita di un concerto. A me ricorda Jesolo: bella nella maniera in cui un posto decide di esserlo per chi è in vacanza, e per questo impossibile da attraversare senza essere trascinati dal flusso. La folla è tanta che dopo mezz’ora rinuncio perfino al molo. Vedo ombrelloni, famiglie, tavolini e code. Non riesco a camminare, quindi torno alla stazione e proseguo verso nord.

Gdynia è l’opposto. Non ha bisogno di sembrare antica perché antica non è. Dopo la Prima guerra mondiale, con Danzica trasformata in Città Libera, la Polonia decise di costruire un proprio porto. Nel 1922 il parlamento approvò il progetto; nel 1926 Gdynia ottenne i diritti di città. Da villaggio di pescatori diventò in pochi anni un grande porto e una città modernista, bianca e razionale, con edifici dalle linee nautiche. Dopo la vetrina di Sopot mi sembra finalmente un posto in cui la gente abita.
Sul lungomare due navi museo sembrano raccontare versioni diverse del paese. L’ORP Błyskawica, cacciatorpediniere sopravvissuto alla guerra, ha l’aria severa di chi non ha tempo per le metafore. Poco più in là il Dar Pomorza, veliero scuola a tre alberi, rimette nel paesaggio l’idea romantica del mare. Acciaio e vele, difesa e viaggio: Gdynia tiene insieme entrambe senza preoccuparsi troppo dell’armonia.

Qui, per la prima volta in tre giorni, mi sembra di incontrare soprattutto polacchi. Gdynia non è la cartolina della Tripla Città, ma forse il suo retroscena più sincero: un progetto nazionale trasformato in porto, lavoro e cemento. Mi piace proprio perché non si offre tutta insieme.
Nostradamus al karaoke
La sera mantengo la promessa ed esco con Mitch. Cominciamo in uno di quei locali che lui chiama “bar sovietici”, con bancone essenziale, luci stanche e vodka che costa abbastanza poco da rendere irresponsabile il secondo bicchiere. Due shot, poi un karaoke affollato dove nessuno sembra possedere la voce necessaria e proprio per questo cantano tutti.

Fuori, nel centro pieno per la fiera, gli addetti dei locali notturni provano ad agganciare i passanti. Mitch mi illustra con competenza ventennale il catalogo delle trappole: ingressi apparentemente gratuiti, drink dai prezzi creativi, carte addebitate con cifre che diventano difficili da contestare. Danzica è bellissima, ma non è innocente; le città di porto raramente lo sono.
Dopo qualche altro bicchiere Mitch cambia specializzazione. Da consulente della camerata diventa analista dei mercati e poi profeta: prevede un crollo finanziario in ottobre e la morte del papa nel 2027. Non spiega il modello, ma l’alcol evidentemente gli restituisce la fiducia che la consulenza gli aveva tolto. Intorno a noi qualcuno massacra una canzone inglese. È una serata assurda e, proprio per questo, perfettamente coerente con il viaggio.
Vita da ostello
Lo Szafarnia 10 resta un ostello complessivamente onesto: moderno, abbastanza pulito, senza personalità. La cucina ha frigorifero, lavello e microonde ma non i fuochi. Secondo Mitch è colpa degli ucraini, che «friggevano tutto il giorno». Non ho modo di verificarlo e sospetto che la spiegazione appartenga alla stessa scuola economica con cui attribuisce loro l’aumento degli affitti.
Mitch, intanto, cucina gli spaghetti nel bollitore e lo sottrae appena possibile alle «scimmie che ci mettono tre litri d’acqua per farsi una tazzina di tè». È difficile stabilire se stia proteggendo l’elettrodomestico o rivendicando il possesso del suo unico fornello.
L’ucraino parla poco. Una sera mi chiede se in Italia si stia meglio. È una domanda semplice solo nella grammatica. Penso agli affitti italiani, ai salari, al sole, alla guerra dalla quale lui è scappato e alla bicicletta con cui consegna cibo a turisti che spendono in una cena quanto lui forse guadagna in un giorno. Gli rispondo che dipende. È la risposta più vera e anche la più inutile.
Congedo
L’ultimo giorno il Pomorzanin parte poco dopo le sei del mattino per Breslavia. Esco quando Danzica non ha ancora rimesso in scena sé stessa. Le bancarelle sono chiuse, i tavolini vuoti e perfino la Motława sembra trattenere il respiro.

Le strade che all’arrivo mi erano sembrate impenetrabili ora sono tutte mie. Cammino lungo Długi Targ nel fresco dell’alba. Senza la fiera e senza la folla si vedono i portoni, le pietre, le piccole differenze tra gli edifici. La città ricostruita smette di sembrare un fondale e torna a essere una città: maestosa, silenziosa, quasi severa.

Il primo impatto era stato faticoso: il bus, la calca, il rumore, un ostello senza carattere e un romano che mi aveva adottato senza chiedere il permesso. In tre giorni, però, Danzica mi è entrata nel cuore. Non solo per la sua bellezza, che sarebbe una risposta troppo facile, ma per la maniera in cui le storie si sono accavallate.
Qui è cominciata una guerra e qui, quarant’anni dopo, ha cominciato a incrinarsi un sistema. Qui una città tedesca e polacca, distrutta quasi interamente, si è ricostruita scegliendo quale volto ricordare. Qui ho incontrato una neozelandese che non compra niente per poter viaggiare, un ucraino che pedala per restare a galla e un romano convinto di poter prevedere mercati, papi e il corretto livello d’acqua di un bollitore.
Danzica è fedele alla propria natura di porto: arrivano merci, idee, eserciti, lavoratori, fuggiaschi e turisti. Alcuni restano, altri ripartono, tutti lasciano qualcosa.
Alla stazione, mentre il treno si muove verso sud, ripenso a quella frase di Sarajevo. Quando Danzica è al centro del mondo, non è mai una buona notizia. Non è del tutto vero. Nel 1980, per una volta, dal centro del mondo arrivò una parola semplice e ostinata: solidarietà.
E non è un brutto modo di salutare una città.
Danzica in immagini
I capitoli precedenti del roadtrip nei Baltici: Tallinn, una città in cerca d’autore, Riga, personalità da vendere e Vilnius, l’eccezione baltica.






