Tallinn: una città in cerca d’autore (Baltici cap. 1)

8 Ago , 2026 - Viaggi

Tallinn: una città in cerca d’autore (Baltici cap. 1)

L’aereo parte in perfetto orario alle 5.45 di domenica mattina, sul Wizzair Venezia-Tallinn tutti dormono e anche io mi risveglio solo all’annuncio dell’atterraggio, con la bocca impastata e la sensazione di essere stato trasportato più che di aver viaggiato.

Fuori ci sono venti gradi e un vento leggero e costante, piacevole per chi arriva dalla palude veneta. Ma la prima cosa che noto a Tallinn non è il freddo: è il silenzio. Il tram che porta dall’aeroporto al centro avanza tranquillo lungo viali larghissimi e deserti, tra edifici che oscillano tra le vetrate nuove e le facciate d’epoca sovietica, come se la città non avesse ancora deciso quale delle due cose vuole diventare. Solo il centro storico sembra immune, con le sue torri e i suoi tetti rossi. Ma anche quella compattezza è il risultato di una cura ostinata: i bombardamenti del 1944 lasciarono ferite che restauri e ricostruzioni hanno cercato di ricucire. Tallinn ha imparato a ripararsi senza smettere di riconoscersi, ed è già una notizia sul suo conto.

Alle dieci sono all’Old Town Munkenhof Guesthouse, una casa a tre piani a qualche centinaio di metri da Raekoja Plats, la piazza del Municipio, giusto a lato del passaggio di Santa Caterina. Ho prenotato un letto in una camera da dieci. Non c’è nessuno alla reception, entro con un codice arrivato per e-mail la sera prima. Il primo contatto umano con il Paese arriva mezz’ora dopo, e ha in mano un mocio.

Le vie della città vecchia di Tallinn deserte al mattino presto
La città vecchia alle dieci del mattino, ancora deserta

Si chiama Ludmilla — nome russo, in un ostello estone, particolare che allora non registro. Sono seduto nella sala comune ad aspettare le tre, l’orario del check-in, e lei deve lavare per terra proprio lì. Non parla inglese, io non parlo né estone né russo, e per un po’ andiamo avanti a ignorarci con reciproca cortesia. Poi cominciano i colpetti col mocio sulle scarpe: uno, due. Un linguaggio universale, mai scritto da nessuna parte e comprensibile a ogni latitudine. Mi alzo. Lei mi sorride, io le sorrido, esco dalla porta.

Fuori il vento è fresco e piacevole. Ho due ore prima del free tour di mezzogiorno e nessun posto dove andare, che è esattamente la condizione migliore per cominciare a conoscere una città.

***

A Tallinn ci sono rimasto quattro notti, una delle soste più lunghe del viaggio. Mi incuriosiva la sua fama di hub tecnologico europeo, quella storia del Paese che ha messo lo Stato dentro un telefono. Non sono rimasto deluso, ma per ragioni diverse da quelle che mi aspettavo.

Tallinn non è una città in cui si va per i monumenti. Ce ne sono, e pure belli, ma manca la sua Tour Eiffel, manca il suo Colosseo. È una di quelle città che definisco “corali”: dove non c’è il fuoriclasse, per vincere serve il gioco di squadra. E qui il gioco di squadra funziona. I trasporti sono puntuali e capillari, i viali alberati fuori dalle mura sono ben tenuti e hanno piste ciclabili a doppia corsia che da noi sarebbero un’utopia, la gente è accogliente e si esprime correntemente in inglese. La città è sicura, le strade sono piene di giovani, e da tutto questo emana un calore pacato e silenzioso. Camminare per Tallinn riposa.

Raekoja Plats, la piazza del Municipio di Tallinn, con la torre e i dehors
Raekoja Plats: manca il fuoriclasse, ma il gioco di squadra funziona

Il che, per chi scrive, è anche un problema: le città che funzionano non hanno molto da raccontare. Così ho smesso di guardare i palazzi e ho cominciato ad ascoltare le persone. Quello che segue non è una guida: sono tre incontri, una lite e una traversata in mare. È tutto quello che ho capito di questo posto.

Marko il lituano

Il primo giorno mi è parso infinito: aereo alle 5.45, mattinata sui monumenti del centro, pomeriggio dedicato a una passeggiata sul lungomare fino al museo marittimo. Lungomare che, per quanto bello, sa poco di mare e molto di porto, con quell’acqua nera e fredda che pare pronta a inghiottirti — poco importa se qualche angolo di sabbia di riporto, i campi da beach volley e un paio di ragazzi che fanno il bagno provano, senza riuscirci del tutto, a suggerire il contrario.

Il lungomare di Tallinn con le navi del porto e l'acqua scura del Baltico
Il lungomare: sa poco di mare e molto di porto

Dopo cena avevo solo voglia di sedermi a un bar e bermi una birra in relax. La scelta ricade sulla birreria Koht, selezionata su Maps, che già solo trovarla pare una caccia al tesoro: un vicolo d’ombra a due passi dalla piazza del Municipio, una porta di legno pesante che sembra chiusa e che invece cede con un cigolio da sagrestia.

Dentro non c’è spazio per la frenesia. È un rifugio caldo, dall’aria densa che sa di luppolo tostato, cera colata e mattoni a vista riscaldati da secoli di inverni baltici. Più che una birreria, somiglia allo studio privato di un alchimista. Il cuore del locale è un caminetto che si può solo immaginare acceso nelle fredde sere invernali. Sulle pareti e sugli scaffali si affastellano centinaia di bottiglie, un’enciclopedia liquida senza ordine apparente, dove etichette introvabili di microbirrifici estoni convivono con scuri capolavori trappisti. Esattamente il tipo di posto che cercavo: dove il tempo si sfilaccia sui pancali di legno scuro, e dove si entra per bere un sorso tranquillo e si finisce per fare amicizia.

Dietro al banco trovo una signora bionda, dal sorriso allegro e rubicondo. Sono da poco passate le nove e il locale è ancora abbastanza vuoto. Il mio sguardo vaga tra le bottiglie, quando la donna mi chiede cosa voglio in un inglese dal forte accento baltico. “Una birra”, le rispondo, non avendo la minima idea di cosa ordinare. Lei scoppia a ridere: “Una birra, ma quale?” Vedendomi tanto sconsolato quanto spaesato, mi chiede che cosa bevo di solito e alla fine ci accordiamo per una IPA locale, cinque euro.

Da lì si passa alla chiacchierata, ça va sans dire. “Da dove vieni, che ci fai a Tallinn, la birra ti piace, io sono stata in Italia…” A questa conversazione si aggiunge presto l’altro avventore: Marko, lituano di 28 anni che vive a Tallinn ormai da dieci anni.

Marko ha il fisico asciutto e scavato del fumatore incallito. Beve piano e parla dell’Estonia come si parla di una moglie con cui va tutto bene: senza entusiasmo e senza rancore. Quando gli chiedo che effetto gli faccia vivere qui, si prende il suo tempo, e sentenzia una frase che mi rimarrà appiccicata addosso per tutto il viaggio.

“Gli estoni sono dei finlandesi che non ce l’hanno fatta. E Tallinn vorrebbe essere una piccola Helsinki.”

Lo dice senza cattiveria, quasi con tenerezza. Poi corregge il tiro, come fanno tutti quelli che amano un posto e se ne vergognano un po’. “Però io ci sto bene. Sono chiusi di mentalità, questo sì: non ti diranno mai di no, ma nemmeno di sì. Solo che qui tutto funziona.” E fa un gesto largo, a comprendere i tram puntuali, le firme digitali, la burocrazia che si sbriga in tre clic mentre da noi in tre mesi.

È una frase che spiega più di un museo intero. Finlandesi ed estoni si somigliano come due fratelli separati dalla fortuna: stessa famiglia, stessa faccia, stessa taciturnità. Solo che uno è finito da una parte della cortina e l’altro dall’altra, e il modello che sta a ottanta chilometri di mare è insieme l’ambizione e la ferita di questo Paese.

Usciamo dal Koht salutandoci come dei vecchi amici.

Alessandro, ovvero “qui c’hanno cagato un po’ tutti”

Un’altra sera vado a mangiare al Pub Kompressor, istituzione della città vecchia: soffitti alti, luci basse, un vociare costante e tavolate di legno lunghe come refettori. È famoso per le sue crêpe salate, oggetti di dimensioni preoccupanti che arrivano ripiegati nel piatto come lenzuola stese. Essendo solo, mi fanno sedere a un tavolo condiviso. È lì che incontro Alessandro, italiano a Tallinn da otto anni.

Crêpe salata del Pub Kompressor a Tallinn servita con un calice di vino bianco
Le crêpe del Kompressor, ripiegate nel piatto come lenzuola stese

Ci è arrivato con un progetto di volontariato europeo. Non è più tornato. “Mi sono trovato bene”, dice, e nella semplicità della frase c’è tutta la biografia: si è fidanzato con una ragazza russa, ha trovato un lavoro, è rimasto.

È lui a raccontarmi la cosa che più mi ha spiazzato di questa città. A Tallinn vive una vasta comunità russofona; estoni e russofoni condividono tram, supermercati e strade, ma non sempre lingua, informazione e memoria. Per decenni hanno frequentato scuole diverse, letto giornali diversi, tramandato versioni diverse dello stesso passato. Non è un muro: è una membrana. Poi certo, ci sono coppie miste, amicizie e la vita fa il suo lavoro paziente di cucitura. Ma la frattura esiste e si sente come un vecchio infortunio quando cambia il tempo. Ripenso a Ludmilla e al suo mocio.

Dopo cena saliamo verso Toompea, dove la città alta guarda dall’alto quella bassa, i tetti rossi, il porto e in fondo il grigio del Baltico. Alessandro comincia a spiegarmi la storia del posto e a un certo punto, davanti alla cattedrale ortodossa Aleksandr Nevskij — quel trionfo di cipolle nere piantato nel 1900 esattamente di fronte al parlamento estone, per ricordare a tutti chi comandava — riassume novecento anni in una frase che non dimenticherò:

Panorama di Tallinn dalla collina di Toompea con i tetti rossi e il mar Baltico sullo sfondo
Da Toompea la città alta guarda dall’alto quella bassa

“Qui c’hanno cagato un po’ tutti.”

Ed è vero. Danesi, tedeschi, svedesi, polacchi, russi: prima i cavalieri, poi gli zar, poi i sovietici. L’inno estone usa la stessa melodia di quello finlandese, composta da un tedesco; secondo la leggenda, a Tallinn sarebbe nata persino la bandiera danese. Anche il nome della città, secondo una ricostruzione, significherebbe “castello danese”. Una città che porta nel nome il suo primo invasore: c’è tutto, in questo.

Il free tour, ovvero la memoria che non si lascia comparare

L’episodio più tagliente di questi quattro giorni, però, l’ho visto il primo giorno, sotto il sole del mattino, durante il free tour.

La guida è una ragazza estone sui trentacinque anni, ironica e preparata. Racconta le occupazioni: i tedeschi baltici, i russi, di nuovo i tedeschi, di nuovo i russi. Fin qui, ordinaria amministrazione. Poi fa una considerazione che gela il gruppo: dice, in sostanza, che tedeschi e russi hanno occupato entrambi, ma che i tedeschi almeno erano acculturati, tenevano all’economia, costruivano e sapevano dove andare in bagno; i russi hanno solo deportato, e portato fame e malessere.

Le torri medievali della Porta di Viru, ingresso della città vecchia di Tallinn
Le torri di Viru

Una turista inglese, sulla trentina, alza la voce: i tedeschi hanno fatto l’Olocausto e i russi no, le due cose non si possono paragonare. Punto.

Cala un silenzio pesante. La guida non arretra. Risponde che loro l’occupazione sovietica l’hanno subita sulla pelle, che ci sono famiglie che nel 1941 e nel 1949 si sono viste caricare su un carro per la Siberia nel giro di un’ora, con una valigia a testa; che chi non l’ha provata non sa cosa significhi. Arriva perfino a sostenere che nei gulag sono probabilmente morte più persone che nei lager: un confronto storico controverso, pronunciato lì come una ferita, non come una statistica. Aggiunge che non intende difendere i tedeschi — lo ripete due volte — ma che la storia dell’occupazione russa, in Occidente, andrebbe studiata meglio.

Nessuno dei due convince l’altro. Il gruppo riparte, un po’ a disagio, e il tour prosegue tra torri e vicoli come se niente fosse.

Io ci ho pensato per giorni, perché quella scena non era un dibattito storiografico: era uno scontro tra due memorie che non si riconoscono a vicenda. Da noi la Seconda guerra mondiale finisce nel 1945 con una liberazione. Qui, nel 1945, non finisce niente: cambia il colore della divisa, e si aspetta il 1991. Non significa che gli estoni ignorino l’Olocausto; significa che, per molti di loro, mettere in fila i lutti secondo una gerarchia stabilita altrove somiglia a un’altra imposizione. È un sentimento che avrei ritrovato, con sfumature diverse, anche nel resto dei Baltici.

Quando parli di storia con un estone, insomma, non stai parlando di storia. Stai parlando di suo nonno.

Helsinki, il controcampo

Sveglia all’alba, del tipo che sembra un’ingiustizia finché non esci e scopri che il porto è sveglio da un pezzo.

Il traghetto è il Tallink MyStar, entrato in servizio alla fine del 2022. Sembra progettato da qualcuno che ha capito una cosa semplice: su questa rotta la gente non viaggia, pendola. Due ore esatte di traversata, più volte al giorno, e a bordo tutto è pensato per farci qualcosa: postazioni di lavoro, prese elettriche, tavoli affacciati sul mare, wi-fi che funziona.

Interni del traghetto Tallink MyStar sulla rotta Tallinn-Helsinki con postazioni di lavoro e prese elettriche
A bordo del MyStar: su questa rotta la gente non viaggia, pendola

È questo il segreto del Golfo di Finlandia: non è un confine, è un corridoio. Ottanta chilometri d’acqua attraversati in entrambe le direzioni per lavorare, comprare, visitare qualcuno o cambiare aria. Marko aveva ragione almeno su questo: Tallinn guarda continuamente verso nord.

Helsinki, dal ponte, arriva bassa e ordinata. Ho un giorno solo, che per giudicare una città è un’offesa: scelgo quindi di usarla come controcampo, per capire che cosa Tallinn vede quando guarda oltre il golfo. Prendo il traghettino da Kauppatori, la piazza del mercato, e in un quarto d’ora sono a Suomenlinna.

Il lungomare di Helsinki visto dal mare con la ruota panoramica SkyWheel
Helsinki dal ponte: bassa e ordinata

È una fortezza marittima costruita su un arcipelago di isole a partire dal 1748, quando la Finlandia era svedese e il posto si chiamava Sveaborg, “il forte di Svezia”: il bastione contro la Russia. Dal 1991 è patrimonio UNESCO.

Ma la cosa che colpisce non è la storia militare: è che ci vivono ottocento persone. Cammini tra bastioni e cannoni ottocenteschi e ti trovi davanti panni stesi, un asilo, una donna che porta a spasso il cane su un terrapieno costruito per fermare la flotta imperiale.

Cannoni ottocenteschi e bastioni della fortezza di Suomenlinna, patrimonio UNESCO a Helsinki
Suomenlinna: bastioni, cannoni e ottocento residenti

Al mercato mangio una zuppa di salmone, la lohikeitto: panna, patate, aneto e pezzi di pesce grandi come una noce, servita in una ciotola che scotta le mani mentre dal porto arriva un vento che non è ancora settembre ma ci somiglia. È buonissima. Costa quattordici euro, più o meno il doppio di quanto probabilmente la pagherei a Tallinn.

Mi siedo sugli scogli lisci del versante sud, dove il Baltico si apre e davanti non c’è più niente. Il vento è lo stesso di Tallinn, l’acqua è la stessa; a cambiare sono l’ordine, i prezzi, la sicurezza quieta di una capitale che non sembra dover dimostrare a chi somiglia. Un giorno è troppo poco per valutare Helsinki, ma il trasferimento marittimo, da solo, vale il viaggio — e rende più comprensibile Tallinn.

La Kalma Sauna

Tornato a Tallinn, decido che non si può lasciare questa parte di mondo senza aver fatto una sauna. La mia prima.

La Kalma Sauna sta ai margini di Kalamaja, e risale al 1928, la più antica della città. Ha una facciata art déco solenne, di quelle che promettono un teatro, ed è ancora riscaldata a legna secondo tradizione.

La facciata art déco della Kalma Saun, la sauna pubblica più antica di Tallinn
La Kalma Saun, 1928: una facciata che promette un teatro

Dentro sembra la scenografia di Grand Budapest Hotel: zona uomini e zona donne fisicamente separate, una sala comune con poltroncine in ecopelle, due corridoi che conducono al bagno turco e alla sauna. L’uomo all’ingresso conosce solo quattro parole d’inglese. La prima è full naked: nudità completa, nessuna deroga. L’imbarazzo, scopro subito, è tutto mio e dura circa quattro minuti.

Il pubblico è quasi interamente over cinquanta. Bagno turco, sauna a secco, doccia gelata, di nuovo dentro. Nessuno parla molto. Il calore fa una cosa curiosa: livella, anche se l’estone evidentemente vince sull’esperienza. Si copre la testa con un cappello di lana simile a quello di Robin Hood e si picchietta la pelle con i rami di betulla. Se io duro poco più di cinque minuti, loro paiono rimanere dentro ore. Ridacchiano quando mi vedono uscire e mormorano qualcosa tipo “Keine Probleme”, anche se tedesco proprio non sembro.

All’uscita, stordito e leggerissimo, mi siedo al bar e chiedo “qualcosa di autentico”. L’uomo dietro il banco mi sorride, sparisce un istante e torna posandomi davanti mezzo litro di birra e una bottiglietta d’acqua. Nient’altro. La risposta più esatta che potessi ricevere.

Telliskivi, ovvero l’Estonia che verrà

L’ultima mattina la passo a lavorare a Telliskivi, l’ex complesso industriale accanto alla stazione Balti Jaam che oggi è il centro creativo della città: capannoni di mattoni rossi riconvertiti, murales, studi di design, botteghe, ristoranti.

Mi siedo al Nihe, uno di quei caffè dai tavoli larghi e l’atmosfera new age. Attorno a me una dozzina di giovani sui trent’anni, tutti con il MacBook aperto, tutti in cuffia, tutti evidentemente al lavoro per qualcuno che non è in Estonia. Nessuno chiede il conto per andarsene: si resta ore. È il ritratto più fedele di questo Paese: la e-Residency, le startup, il gigante Wise nato a due chilometri da qui, una generazione cresciuta senza sapere cosa fosse la coda a uno sportello.

Laptop e cappuccino sul tavolo di un caffè a Telliskivi, quartiere creativo di Tallinn
La mattina al Nihe

Il quartiere è pulito senza essere asettico, giovane senza essere caro. A pranzo mi lascio ispirare al Balti Jaama Turg, il mercato coperto: tre piani, dal pesce affumicato ai vinili usati, con quella disinvoltura nordica per cui il mercato non è folclore ma spesa.

L'ingresso del Balti Jaama Turg, il mercato coperto di Tallinn, con le biciclette parcheggiate
Balti Jaama Turg: qui il mercato non è folclore, è spesa

Vita da ostello

Visto che è la domanda che mi fanno più spesso: sì, camerata da dieci, e no, non è un dramma. L’Old Town Munkenhof è un buon ostello. Quattro bagni, due per piano, e coda solo al mattino. Una sala comune spaziosa, con poltrone in pelle dove si può lavorare tranquilli. Una cucina dignitosa, presidiata quasi esclusivamente da inglesi, che cucinavano molto e parlavano di più.

La camera da dieci era un piccolo congresso europeo: greci e francesi in maggioranza, più uno sloveno, uno svizzero e due inglesi. La convivenza funziona secondo regole che nessuno ha mai scritto e che tutti, misteriosamente, conoscono.

Due sere le ricordo bene. Nella prima, un francese è rientrato così ubriaco che si è addormentato su una sedia mentre stava ancora parlando: l’abbiamo ritrovato lì il mattino dopo, nella stessa identica posizione, come una natura morta. Nella seconda, qualcuno ha cominciato a bussare alla porta urlando “c’è nessuno?”: ci siamo finti morti e dopo un po’ ha smesso.

Per il resto, un’ottima esperienza.

Congedo

Riparto con la sensazione di non aver capito del tutto Tallinn. E credo sia il punto.

È una città in cerca d’autore, e forse anche d’identità. Non è più sovietica, non è ancora nordica; è baltica, ma “baltico” è una parola che si è dovuta inventare da sola.

Ma non avere un’identità, alla fine, potrebbe essere il suo vantaggio più grande, perché la rende malleabile: chi ci va per lavorare da remoto ci trova un ufficio a cielo aperto, chi ci va per bere ci trova cantine medievali, chi ci va per la storia ci trova novecento anni di eserciti, chi ci va per il mare ci trova una nave che in due ore lo porta altrove.

Le città con un capolavoro ti impongono di guardarlo. Tallinn no: ti lascia scrivere il copione. Ed è una libertà rara.

Dario Battistella sulla terrazza panoramica di Toompea con i tetti di Tallinn alle spalle
Congedo da Toompea

Tallinn e Helsinki in immagini


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