14-16 agosto 2026
Il Pomorzanin lascia Danzica poco dopo le sei e corre verso sud nel silenzio della mattina. L’IC 5608 — Pomorzanin significa «quello della Pomerania» — ha qualcosa dei vecchi Intercity italiani che un tempo attraversavano la penisola da un capo all’altro, con la carrozza ristorante che presto comincia a spandere nel corridoio l’odore del caffè. Anche lui unisce due estremi: parte dal Baltico, taglia la Polonia da nord a sud e, dopo la Bassa Slesia, si spinge fino ai monti di Jelenia Góra. È puntuale, costa poco più di diciotto euro e in circa quattro ore mi porta a Breslavia, Wrocław in polacco.
Più che un trasferimento, è una traversata. All’inizio, dal finestrino scorrono le pianure umide della Pomerania, i canali e le distese verdi che riflettono la luce del nord: è il Baltico che mi saluta. Poi il paesaggio si asciuga, i campi coltivati prendono il posto dell’acqua e il treno guadagna velocità attraverso la campagna e le grandi foreste dell’interno.
A Poznań, grande snodo di metà percorso, il Pomorzanin indugia più a lungo e la carrozza cambia volto: scende chi viaggiava dalla costa, sale chi guarda già verso le montagne. Più a sud, entrando in Bassa Slesia, anche il cielo sembra cambiare. La vegetazione si fa più fitta e i villaggi mostrano un’architettura diversa, segnata dalla complicata storia di confine di questa regione. Ancora non lo so, ma è proprio quella storia la chiave per capire la città che mi aspetta.
L’arrivo, poi, vale da solo il biglietto. Il treno entra a Wrocław Główny sotto le arcate della grande galleria coperta. La facciata color mattone e le torrette storiciste danno alla stazione un’aria solenne, da castello ferroviario, quasi sproporzionata rispetto alla stanchezza con cui scendo con lo zaino in spalla.
Una tappa per riposare
Danzica mi ha lasciato addosso una bellezza intensa, ma anche la fatica di giorni pieni: la fiera, la folla, Mitch e le sue scimmie, le notti brevi. A Breslavia arrivo soprattutto per riposare. È una tappa intermedia sulla strada verso Praga e ho in programma soltanto due notti.
Forse è anche per questo che la città mi conquista senza troppe pretese. Nel pieno di Ferragosto, con l’università ancora in pausa, mi accoglie con un brusio quieto, quello di una città studentesca in attesa di rifiorire nel giro di qualche settimana. La quiete lascia spazio ai suoi ponti e alle sue isole sull’Oder, e a me il tempo di rallentare.
Al Babel Hostel — spartano, pulito, onesto: circa diciassette euro a notte in una camerata da dieci — trovo la stanza vuota. Dopo i dodici letti di Danzica e la sorveglianza di Mitch, mi sembra un lusso. Ne approfitto per dormire qualche ora. A svegliarmi sono alcuni ragazzi arrivati da Budapest per la partita del giorno dopo: Milan-Manchester United, un’amichevole estiva che ha portato in città tifosi da mezza Europa.
Riposato, esco a piedi verso il centro. Fa caldo e l’aria è ferma. Dopo due settimane sul Baltico mi accorgo che mi manca già il vento del nord.

Ponti, isole e gnomi
La prima impressione è quella di una città universitaria a misura d’uomo. I piccoli locali hanno un’aria giovane e familiare, i prati lungo il fiume raccolgono gruppi di ragazzi, le biciclette passano senza fretta. Breslavia non parla forte come Danzica, ma non è nemmeno quieta come i Baltici: sta nel mezzo, come la sua posizione sulla mappa.

In un pomeriggio vedo le tre tappe che mi ero prefissato: il centro storico, l’università e il Panorama di Racławice.
Il centro è pittoresco e piacevole da attraversare. Il Rynek, la grande piazza del mercato, è una delle più ampie d’Europa, con il municipio gotico nel mezzo e le facciate colorate tutto intorno. Ma più della piazza mi colpisce l’acqua: l’Oder qui si divide in rami e canali e forma una dozzina di isole, cucite da più di cento ponti. Si passa da una riva all’altra senza quasi accorgersene.

Nell’università, la Sala Leopoldina è un piccolo shock barocco: stucchi, dorature, affreschi che salgono fino al soffitto e sembrano voler convincere il visitatore, con una certa insistenza, della gloria del sapere e dell’imperatore che la fondò, Leopoldo I d’Asburgo, all’inizio del Settecento. Dopo giorni di mattoni rossi anseatici e linee severe, è come entrare in un’altra Europa. In effetti lo è.

Il Panorama di Racławice, invece, è un’esperienza che le parole rendono male. Una tela circolare lunga centoquattordici metri e alta quindici avvolge completamente lo spettatore, che sta al centro di una rotonda, su una piattaforma rialzata. Tra la piattaforma e il dipinto c’è un terreno vero — terra, cespugli, carri, ruote spezzate — che si fonde con la pittura fino a rendere impossibile capire dove finisca l’una e cominci l’altra. Davanti a quella tela, il mio «wow» è più eloquente di qualsiasi descrizione.

Il dipinto racconta la battaglia del 4 aprile 1794, quando Tadeusz Kościuszko, con un esercito in cui combattevano anche contadini armati di falci, sconfisse le truppe russe durante l’insurrezione che porta il suo nome. Fu una vittoria breve: pochi mesi dopo l’insurrezione fu schiacciata e l’anno seguente la Polonia sparì dalle carte geografiche, spartita tra Russia, Prussia e Austria. Ma nella memoria polacca Racławice è rimasta il momento in cui un popolo senza Stato riuscì a difendersi.
Cent’anni dopo, nel 1893, i pittori Jan Styka e Wojciech Kossak, con un gruppo di collaboratori, dipinsero la tela in nove mesi per celebrare l’anniversario. Ma non la dipinsero qui. La dipinsero a Leopoli, Lwów, oggi Lviv, in Ucraina. Ed è da quel dettaglio che comincio a capire Breslavia.
Una città trasferita
Per gran parte della sua storia Breslavia non è stata polacca, o non soltanto. Secondo la tradizione deve il suo nome a Vratislao, un duca boemo del X secolo. Nei secoli è stata piasta, boema, asburgica e poi, dal Settecento, prussiana e tedesca con il nome di Breslau. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale era una delle grandi città della Germania.
Nel 1945 Hitler la dichiarò Festung Breslau, città fortezza da difendere a ogni costo. L’assedio sovietico durò circa ottanta giorni, dalla metà di febbraio al 6 maggio: Breslavia si arrese quattro giorni dopo Berlino, tra le ultime città tedesche a cadere. Circa metà degli edifici era danneggiata, quasi un terzo completamente distrutto.
Poi arrivò la geografia dei vincitori. Con le nuove frontiere decise a Potsdam la Polonia fu spostata verso ovest: perse a est le terre passate all’Unione Sovietica, tra cui Leopoli, e ricevette a ovest la Slesia, la Pomerania e Breslavia. La popolazione tedesca fu espulsa. Al suo posto arrivarono polacchi da ogni parte del paese e, in gran numero, dalle terre orientali perdute. Una città intera si svuotò e un’altra, venuta da lontano, prese il suo posto.
Con le persone arrivarono anche le cose. Da Leopoli giunsero parte delle collezioni dell’Ossolineum, una delle istituzioni culturali più importanti del paese, e, nel 1946, anche la tela di Racławice, arrotolata e danneggiata. Solo che per quasi quarant’anni nessuno poté vederla: una vittoria polacca contro l’esercito russo non era un soggetto gradito nella Polonia satellite di Mosca. Il dipinto restò in magazzino. Il restauro e l’esposizione diventarono possibili soltanto dopo l’agosto 1980, quando da Danzica arrivò quella parola semplice e ostinata, solidarietà, e il Panorama riaprì nel 1985 in una rotonda costruita apposta.
Quando esco dalla rotonda, la città mi appare diversa. Il Rynek, le chiese, le facciate: molto di quello che vedo è stato ricostruito, come a Danzica. Ma qui la ricostruzione ha un significato in più. Chi l’ha fatta non stava restaurando la casa dei propri nonni. Stava imparando ad abitare quella di qualcun altro. Breslavia è una città trasferita, e forse è per questo che sa accogliere così bene chi è soltanto di passaggio.

Gli gnomi e il lampionaio
Poi smetto di spuntare caselle da una lista. Breslavia si lascia godere anche così, senza fretta, passando da un’isola all’altra e lasciando che siano l’acqua e i ponti a dare il ritmo alla giornata.
Lungo la strada incontro i suoi piccoli gnomi di bronzo, i krasnale, disseminati ovunque: sui marciapiedi, sui davanzali, ai piedi dei lampioni, alle porte delle banche e dei negozi. Uno dorme, uno lava i panni, uno spinge una carriola. Si dice che ormai siano più di mille e c’è chi passa giornate intere a cercarli, mappa alla mano.

A prima vista sembrano una trovata per turisti, e in parte lo sono. Ma la loro origine è molto più seria, o almeno molto più ironica. Negli anni Ottanta, durante la legge marziale, il movimento dell’Alternativa Arancione rispondeva al regime con l’assurdo. Quando le autorità coprivano con macchie di vernice le scritte contro il governo, gli attivisti ci disegnavano sopra degli gnomi. Organizzavano cortei in cui centinaia di persone sfilavano con il cappello rosso da folletto: difficile arrestare qualcuno perché travestito da nano. Era un modo di dire la verità facendo ridere, e di far sembrare ridicolo chi non poteva tollerarla.
Sull’isola della Cattedrale, Ostrów Tumski, la parte più antica di Breslavia, penso invece al lampionaio che ogni sera, all’imbrunire, accende a mano un centinaio di vecchi lampioni a gas, uno per uno, con una lunga asta. È uno dei pochi posti in Europa dove succede ancora.

Al tramonto mi fermo sui gradoni lungo il fiume davanti alla cattedrale. Ci sono giovani e meno giovani, polacchi e stranieri, seduti a guardare la luce che cala sull’acqua e accende di arancio le due torri. Il panorama è a dir poco spettacolare. È uno di quei momenti in cui si rivaluta il concetto di dolce far niente.

La notte dei locali
La notte, invece, mi porta in un’altra Breslavia.
Mitch, a Danzica, tra una profezia finanziaria e l’altra, mi aveva consigliato anche questo: la vita notturna di Breslavia, descritta come un’attrazione assolutamente da non perdere. Spinto dalla curiosità e fedele al consiglio, una sera decido di verificare.
La zona dei locali si allunga a ovest del centro, verso il Surowiec Bar, tra vie strette che di giorno non promettono niente. Di notte cambiano faccia. Birrerie, pub, club e discoteche si susseguono senza interruzione e alle prime ore della notte sono già affollati. Il pubblico va dai venti ai quarant’anni e oltre, insomma di tutte le età. Di giorno non si direbbe che tutta quella gente esista; di notte sembra che la città la tenga nascosta da qualche parte e la liberi tutta insieme.

La scena è varia, a tratti spiazzante. Provo a entrare in un locale e all’ingresso un buttafuori mi chiede venti euro e, con perfetta naturalezza, mi offre un preservativo. Ringrazio ed esco. In un altro scendo le scale e trovo un bagno unico, senza distinzione tra uomini e donne: un ragazzo urina in piedi su una turca mentre alcune ragazze aspettano tranquillamente il loro turno alle sue spalle. Non è proprio la serata che avevo immaginato. Penso a Mitch e al suo catalogo di trappole notturne: questa non l’aveva prevista.
Da solo, fare amicizia tra gruppi già formati non è semplice. Mi siedo allora fuori da un locale con una birra e mi metto a guardare. Ho l’impressione che qui si beva più in fretta di quanto sia umanamente sostenibile, molto di più. Forse aiutano i prezzi, decisamente bassi. La velocità però non va di pari passo con la misura. Nel giro di un’ora, dal mio tavolino, vedo crescere a vista d’occhio il numero di persone visibilmente ubriache. Verso l’una arriva un’ambulanza.

A quel punto mi sembra un buon momento per rientrare. Raggiungo l’ostello quasi alle due, con il telefono scarico, chiedendo la strada per la stazione. Mitch aveva ragione a metà: la notte di Breslavia è davvero un’attrazione. Solo, non so bene di che tipo.
Il giorno dopo
Il giorno dopo lo tengo libero, in totale relax. Dormo fino a tardi e poi mi dedico alle due cose più importanti di una giornata senza programma: mangiare e curiosare.
A pranzo provo il famoso kotlet schabowy, la cotoletta di maiale impanata e fritta, accompagnata dal kompot, la bevanda di frutta tipica polacca. Dopo il bar del latte di Danzica, comincio a pensare che la cucina polacca abbia un’idea molto chiara di cosa serva a un viaggiatore stanco. Poi torno a curiosare in un negozio di una catena rumena che avevo già visto a Brașov: vende würstel avvolti nell’impasto e quel giorno, per mia fortuna, fa metà prezzo su tutto. Mitch ne sarebbe orgoglioso.

Congedo
Breslavia non è stata Danzica. Il soggiorno è stato più breve e le giornate hanno avuto meno momenti memorabili, meno incontri, meno storie da raccontare. Ma non tutte le tappe devono lasciare lo stesso segno. Dopo una città che parlava forte, ne serviva una che sapesse stare zitta.
Qui mi sono piaciuti la facilità con cui si gira, la vita che si raccoglie attorno all’acqua e la libertà di non dover riempire ogni ora. È una città che si fa apprezzare per la sua semplicità, rilassante proprio perché non pretende di essere visitata, ma soltanto vissuta. La notte mi ha mostrato il suo lato più rumoroso e disordinato; il giorno, quello quieto.
Per due giorni di passaggio, è stato abbastanza per farmela ricordare con affetto.

Il viaggio intanto continua verso ovest, oltre il confine tedesco, verso Dresda: un’altra città che il 1945 ha raso al suolo e che ha dovuto decidere come rinascere.
Breslavia in immagini
I capitoli precedenti del roadtrip: Tallinn, una città in cerca d’autore, Riga, personalità da vendere, Vilnius, l’eccezione baltica e Danzica, al centro del mondo.








