Vilnius è la più meridionale delle capitali baltiche, in tutti i sensi. Qui manca il mare, l’aria è più calda e pesante, il cielo è pallido come il paesaggio collinare che la circonda.
Come per Riga, l’arrivo è via bus. Pare incredibile che non ci sia ancora un’autostrada tra le capitali, ancora di più che il bus – senza autostrada – ci metta più o meno come il treno. Su strada normale, il bus ci mette circa quattro ore e ciò consente la presenza di un aereo di linea, che dicono affollatissimo, la cui durata è di poco più di mezzora.

Evidenti le vaste carenze infrastrutturali che, per vedere il bicchiere mezzo pieno, costituiscono enormi potenzialità di sviluppo, di fatto obbligate: autostrada e treno tra le tre capitali in primis.
Dicevo, una città meridionale, quasi italiana, perché qui protagonista del paesaggio cittadino torna ad essere la religione. Sorprendentemente verrebbe da dire, considerato il passato della Lituania, rimasta pagana fino alla fine del XIV secolo. Un passato strettamente connesso con la storia di Danzica, mia prossima meta del viaggio, e incentrato su due protagonisti.
Il primo sono i Cavalieri Teutonici, i crociati del Nord, che provarono per oltre un secolo a cristianizzare con le armi il Granducato, senza riuscirvi. Ma si sa, dove non arriva la spada arriva la politica ed il secondo protagonista: la Polonia. Così nel 1386 il Granduca Jogaila sposò la regina Edvige di Polonia, convertendo il paese al cattolicesimo per accedere al trono polacco. Un avvicinamento che due secoli più tardi, nel 1569 ha dato vita alla Confederazione Polacco-Lituana, una delle realtà più estese e popolose dell’epoca. Confederazione che avrà un’influenza determinante anche per Danzica.
Ad ogni modo, questo legame con la Polonia ha reso la Lituania una vera e propria “eccezione baltica” e Vilnius ne porta tutti i segni. A descriverla, pare una città italiana: la cattedrale con le spoglie di San Casimiro, la chiesa di San Francesco e la porta dell’Aurora con la sua Madonna oggetto di una vera e propria venerazione.

Posti iconici e storie da raccontare non mancano nemmeno qui. Tra tutti, il Monumento delle Tre Croci eretto secondo la tradizione sul luogo del martirio di sette frati francescani e oggi punto panoramico per una sgambata cittadina.

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La Repubblica di Užupis
Forse, il vero elemento di originalità della città è rappresentato dalla Repubblica di Užupis.

Užupis significa, letteralmente, “oltre il fiume”: il quartiere sta sull’altra sponda della Vilnia, il torrente che dà il nome alla città, e per arrivarci basta attraversare un ponte largo quanto un balcone. Storicamente era zona ebraica, e con lo sterminio della comunità perse gran parte dei suoi abitanti; in epoca sovietica divenne uno degli angoli più degradati della città, case che cadevano a pezzi e servizi assenti. Negli anni Novanta il degrado ha fatto quello che fa sempre: ha attirato chi non poteva permettersi altro, cioè artisti, e con loro i prezzi bassi hanno prodotto la solita alchimia.
Il 1° aprile 1997 – primo d’aprile, ci tengono a ricordarlo – il quartiere ha dichiarato l’indipendenza. Ha una bandiera diversa per ogni stagione, un presidente, un inno e una valuta. La costituzione, quarantuno articoli scritti in tre ore da Romas Lileikis e Tomas Čepaitis, è affissa su una parete di Paupio gatvė in una cinquantina di lingue, l’italiano compreso, su lastre di metallo lucido in cui ci si specchia mentre si legge.

E si legge volentieri, perché è scritta bene: “Ogni uomo ha il diritto di morire, ma non è un dovere”. “Ogni uomo ha il diritto di essere piccolo e sconosciuto”. “Ogni uomo ha il diritto di non capire nulla”. “Nessuno ha il diritto di usare la violenza”. Si chiude con tre articoli che valgono da soli il viaggio: non vincere, non contrattaccare, non arrenderti.
L’ingresso è presidiato da un ufficio che si chiama border control e vende souvenir, e nella piazzetta principale c’è un angelo di bronzo su una colonna, inaugurato nel 2002 in memoria di un artista del quartiere.

Ma anche qui manca profondità e par più una favola per bambini che realtà o, perlomeno io, non ho percepito le vibrazioni di Christiania a Copenaghen. Christiania è nata da un’occupazione e ha pagato dei prezzi; Užupis è nata da una battuta ben scritta e vende magneti. Restano gli articoli sul muro, che valgono più di tutto il resto.
Si capisce perché delle tre capitali la trovi personalmente la più ordinaria e meno baltica. Se di Venezia si dice “bella città, ma non ci vivrei” qui si potrebbe dire “città noiosa, ma ci vivrei”: tutto tranquillo, tutto pulito, tutto funziona.

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Trakai, la gita fuori porta
Ed è forse proprio per questo che gran parte dei turisti preferisce dedicare un giorno ad una gita fuori porta al Castello di Trakai.

Trakai sta a mezz’ora scarsa di treno da Vilnius. Il castello galleggia su un’isola del lago Galvė: lo iniziò Kęstutis nella seconda metà del Trecento, lo completò suo figlio Vytautas a inizio Quattrocento, e proprio lì Vytautas morì nel 1430. Il castello era appena finito quando, nel 1410, ci fu Grunwald, la battaglia che segnò la sconfitta dei Cavalieri Teutonici: vinta quella, un castello del genere non serviva più a nessuno. Da fortezza divenne residenza, poi prigione, poi rovina, e rovina restò per tre secoli dopo le guerre con la Moscovia del Seicento.
Quello che si visita oggi è dunque una ricostruzione: iniziata dagli zar nel 1905, ripresa negli anni Trenta, completata dai sovietici nel 1961 – cosa non ovvia, perché ricostruire il castello di un granduca lituano non era esattamente in linea con la narrazione di Mosca.

Come tanti, anche io dedico una giornata a Trakai, apprezzando la bellissima passeggiata lungo il lago che separa la stazione dal castello: tre chilometri di acqua ferma, canneti e case di legno, che sono la parte migliore della giornata. Il castello di mattoni rossi con le sue torri appuntite, visto dalla riva, è esattamente la cartolina che ci si aspetta, e questo è insieme il suo pregio e il suo limite.
A Trakai vive da secoli una comunità caraita, un popolo di lingua turca e religione di derivazione ebraica che Vytautas portò qui dalla Crimea alla fine del Trecento come guardia del corpo. Non sono molti, hanno le loro case di legno con tre finestre sulla strada e una cucina che è la ragione per cui, oggi, quasi tutti vengono a Trakai anche senza saperlo: i kibinai.

Ma poi finisce lì. A Vilnius manca la valvola di sfogo: non c’è il Mar Baltico da ammirare, come a Tallinn, o un mercato in cui perdersi come a Riga. Vilnius ha le sue chiese, e sta bene così.
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La cucina lituana
Dopo l’esperienza dell’ultima notte a Riga, ero rimasto colpevolmente dispiaciuto di non aver scoperto gli Ezitis Migla prima nel mio viaggio.
Così interrogo qualche locale, mi informo qui e lì e mi viene detto che il posto più simile è una catena chiamata Snekutis che provo appena arrivato. L’ambiente è informale da pub calcistico, con sciarpe dei vari club europei appese ovunque. Le ampie tavolate di legno sono libere e invogliano la condivisione, così come effettivamente mi capita.

Vengo difatti presto coinvolto in una conversazione a quattro tra un lettone e tre lituane in cui si dibatte delle differenze nella tradizionale zuppa fredda di barbabietole e kefir.
Il piatto è lo stesso, cambia il nome: šaltibarščiai in lituano, aukstā zupa in lettone, e per un’ora mi viene spiegato che la differenza sta in tutto – nella quantità di aneto, nella presenza dell’uovo, nel taglio del cetriolo, nel fatto che le patate vadano servite a parte e calde, che è l’unico punto su cui tutti e quattro concordano. È una discussione che ho già sentito fare, con gli stessi toni, sulla carbonara.
Ordino intanto quello che ordinano tutti al bancone: una scodella di pilkieji žirniai, i piselli grigi — quelli che qui e in Lettonia stanno a metà tra il legume e l’istituzione nazionale — serviti caldi con gli spirgučiai, cioè lardo e cipolla rosolati, e il cipollotto crudo sopra. Da bere, una gira alla spina nel bicchiere alto. Che non è birra, anche se le somiglia: è la bevanda fermentata di segale, torbida, appena acidula e con basso grado alcolico.

La sera successiva provo i cepelinai, che sono il piatto nazionale e vanno affrontati con cognizione di causa. Sono due grossi gnocchi di patata grattugiata, ripieni di carne, di forma ovale e appuntita alle estremità – da cui il nome, “zeppelin”. Arrivano coperti di spirgučiai, cioè lardo e cipolla rosolati, con panna acida a parte. Pesano come un mattone e costano nove euro. Mangiati fuori, a un tavolino sul marciapiede, con la birra e la temperatura giusta, hanno senso; a pranzo d’estate ti tolgono il pomeriggio.

Si chiude con un bicchierino di Suktinis: ambrato, denso, cinquanta gradi tondi. Non è un amaro e non è propriamente un liquore: è nettare di idromele corretto con quattordici erbe e tre succhi di bacche.

A Trakai, invece, si mangiano i kibinai. Sono i fagottini della comunità caraita: mezzaluna di pasta chiusa a treccia, ripieni di carne tritata e cipolla, cotti al forno. Si comprano lungo la strada del castello e si mangiano seduti sull’erba davanti al lago. Sono la cosa migliore che ho mangiato in Lituania, e non è nemmeno cucina lituana.
L’ultima mattina la dedico al mercato di Halės, che è l’esatto contrario di quello di Riga: piccolo, coperto, un solo padiglione, e la sensazione di essere entrato in una dispensa di quartiere invece che in una città parallela. Tra i banchi trovo l’halva, la crema di semi di girasole e zucchero pressata in una ruota e tagliata a spicchi come una torta. Mi dicono essere il principale dolce reperibile ai tempi dei sovietici.

Poi finalmente ordino anche io i šaltibarščiai. Arrivano in una scodella bianca: rosa confetto, fluorescenti, con l’aneto e il cipollotto sopra e le patate bollite a parte, calde, come da accordi. È una zuppa che il primo cucchiaio ti spiazza – è fredda, è acida, è di un colore che non esiste in natura – e dal terzo capisci perché con trenta gradi la mangino tutti i giorni.

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Vita da ostello
Dormo al Jimmy Jumps, che è esattamente quello che promette: pulito e centrale. Nulla di memorabile, il che a Vilnius comincia a essere un tema.
Tranne una notte. In camerata c’è uno che russa in un modo che non si racconta per aggettivi ma per unità di misura: non un rumore, una condizione atmosferica. Alle due io e un altro, senza dirci niente, arriviamo alla stessa soluzione — cuffie, rumore bianco, volume ai limiti del consentito — e ci addormentiamo protetti dentro la nostra tempesta artificiale.
A svegliarci, un’ora dopo, non è lui. Sono gli altri due della stanza, che nel frattempo hanno deciso di arrendersi e stanno traslocando nella sala comune al piano terra: coperte e cuscini, borse, porta, scale. Il rumore contro cui ci eravamo blindati continuava indisturbato; a fregarci è stata la ritirata degli alleati.
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Congedo
Riparto dall’aeroporto di Vilnius, dove il nuovo terminal sorge accanto al vecchio sovietico, che è forse l’edificio più interessante visto in tre giorni: un fronte neoclassico del dopoguerra, con un fregio di contadini e operai in altorilievo sotto il timpano e la scritta VILNIUS in blu.

Vilnius resta la capitale baltica di cui ho meno da raccontare, e credo di aver capito perché: le altre due si definiscono per contrasto – il mare, la Russia, la Scandinavia, l’Europa che comincia o che finisce lì. Vilnius no. Vilnius è già dentro qualcosa, ci è entrata nel 1386 sposando la Polonia e non ne è più uscita.
E quindi è una città che si lascia senza rimpianto e a cui si penserebbe volentieri come indirizzo. Cosa che, a pensarci, non è affatto un giudizio negativo.
Prossima tappa: Danzica, dove tutta questa storia – i Teutonici, la Polonia, il Baltico – torna a incrociarsi.
I capitoli precedenti del roadtrip nei Baltici: Tallinn, una città in cerca d’autore e Riga, personalità da vendere.