Riga è un’altra storia. Solo quattro ore di bus, ma ere di distanza da Tallinn. La prima è piccola, raccolta, tecnologica e tanto giovane quanto immatura: una città che piace, ma che al contempo cerca di piacere. Riga se ne fotte, è un tuo problema se ti piace o no. Niente edulcorazioni scandinave. Qui l’eredità tedesco-sovietica è realtà percepibile, si vede, a tratti si manifesta fieramente. L’impatto è immediato.
Arrivo da Tallinn alle 15 inoltrate, il Flixbus delle 9.40 ritarda di circa un’ora. La strada è piatta, alterna latifondi a tratti boschivi, monotona, non fosse per i lavori che spesso interrompono il costante andare del bus. Ogni tanto il bosco si apre sul mare, unica piacevole variazione.
In pratica — Tallinn-Riga in autobus: la tratta è servita principalmente da Lux Express (compagnia baltica – la migliore) e Flixbus (la più economica), con partenze giornaliere frequenti. Sulla carta quattro ore e mezza, nella realtà cinque, per via dei cantieri. Prenotando qualche giorno prima si sta tra i dieci e i venti euro. Wi-fi (a tratti) e prese a bordo.
Il viaggio lo passo in compagnia di Kobe, israeliano conosciuto in ostello e che del tutto casualmente ha un biglietto per lo stesso bus e una prenotazione nello stesso ostello di Riga, lui per una settimana, io solo per tre giorni. La conversazione segue la classica struttura che amo definire a “cerchi concentrici”. Si inizia con le banalità: nome, cognome, itinerario, paese di provenienza… Poi, a seconda dell’andare, si passa ai cerchi interni: lavoro, vita sentimentale, ragioni di vita…
Con Kobe va abbastanza bene. Pare “San Pacifico”: magro, alto circa un metro e settanta, barbetta e capello riccio castano. Trascina le parole come stanco della vita, che pare quasi gli stia facendo un torto a parlargli. Però, ogni volta che la conversazione si interrompe, la riprende lui con una domanda.
Pian piano scopro che sotto la superficie tranquilla di quel mare, si aprono abissi inesplorati. Ben presto ci sorprendiamo a condividere la stessa passione per gli investimenti. Lui si occupa, ben più seriamente di quanto faccia io, di real estate: con una società e alcuni soci, possiede circa venti appartamenti a reddito negli Stati Uniti, di cui gestisce la pianificazione finanziaria. Durante il viaggio mi mostra alcuni progetti e mi racconta di essere in viaggio no stop da aprile. Di ostello in ostello, settimana dopo settimana, visita e lavora, senza sosta. Arrivati a Riga, Kobe lo vedrò pochissimo: ama (o deve) passare le giornate in sala comune a lavorare. Però si instaura spontaneamente una bella routine: ogni sera, verso le 19, ci troviamo in cucina per mangiare e poi lavorare insieme, con altri viaggiatori e nomadi digitali (oramai onnipresenti), fino a mezzanotte circa.
Dicevo, Riga è un’altra storia. Me ne accorgo appena sceso dal Flixbus. Ci accoglie una leggera pioggerellina battente che incornicia ancor meglio la stazione dei bus: una costruzione palesemente sovietica, di quello stile modernista che pare debba crollare da un momento all’altro e invece resiste da sessant’anni. Quegli edifici che si vedevano nei vecchi film di James Bond, quand’erano ancora interpretati da Sean Connery. Oggettivamente un brutto edificio, ma bellissimo nella sua autenticità.
Una sorpresa dopo l’altra
E Riga è tutta così, una sorpresa dopo l’altra, una vera gioia per gli occhi. Ovunque ti giri, l’inaspettato. Come la “Torta di compleanno di Stalin”, un grattacielo che pare la brutta copia dell’Empire State Building, chiamato così perché voluto, appunto da Stalin e costruito con una struttura a strati sovrapposti che ricorda una torta. È il palazzo dell’Accademia delle Scienze: centootto metri tirati su tra il 1951 e il 1961 sul modello delle Sette Sorelle moscovite, doveva essere un dono al popolo lettone ed è finito per diventare uno dei simboli dell’occupazione sovietica.
Potrei andare avanti all’infinito, la varietà di Riga è incredibile. Solo per citarne uno: la Biblioteca Nazionale, che i lettoni chiamano Gaismas pils, il Castello della Luce. Il nome viene da una leggenda popolare — un castello sprofondato in fondo a un lago, destinato a riemergere solo quando il popolo tornerà padrone della propria terra — e la forma dell’edificio, progettato da Gunnar Birkerts, dovrebbe ricordare contemporaneamente una montagna e un’onda. Ha aperto nel 2014, e pochi mesi prima i libri sono stati trasferiti dalla vecchia sede passandoseli di mano in mano, in una catena umana che citava quella baltica del 1989.

Ed è davvero apprezzabile il concetto di spazio pubblico che sto scoprendo nei Baltici. Capisco che magari d’inverno in questi posti, dentro ci vivano davvero, ma la Biblioteca è enorme. La cuspide di vetro all’ultimo piano offre peraltro una meravigliosa vista sulla città. E non è che fanno problemi a farti entrare come turista; lo spazio è aperto e tenuto in modo a dir poco maniacale. Un concetto di spazio pubblico che piace.


Discorso a parte merita Alberta iela. A Riga oltre un terzo del centro è costituito da edifici in stile art nouveau, da nessuna parte in Europa ce n’è una concentrazione simile. Alberta iela è la vetrina: costruita tra il 1901 e il 1908 per i settecento anni della città, con il lato nord quasi interamente firmato da Michail Eisenstein, padre di Sergej, quello della Corazzata Potëmkin. Si visita a naso in su, ed è l’unico punto della città in cui Riga smette di essere sovietica o anseatica e diventa semplicemente ricca: mascheroni, sfingi, pavoni e volti femminili grandi come una persona, ogni facciata convinta di essere la più importante della via.

Rolando in mezzo alla piazza
Un piccolo cenno sul meraviglioso centro storico, al di là dei (pur bellissimi) monumenti che compongono i puntini del classico itinerario turistico. Per il mio lato da nerd storico-economico, mi preme sottolineare un aspetto che forse ho tralasciato nel post su Tallinn. Entrambe le città facevano parte della Lega Anseatica: la rete di città mercantili che tra Duecento e Cinquecento ha governato di fatto i traffici del Nord Europa — sale, cera, ambra, pellicce, aringhe, legname — con proprie regole, propri tribunali e, all’occorrenza, una propria flotta. Riga vi entra nel 1282, Tallinn tre anni dopo.
La Lega Anseatica rappresenta per me una passione, sin dai lontani tempi di Patrician III, gioco per PC dedicato al commercio nel Baltico (forse primi anni Duemila, andavo alle medie penso). Ma oltre a una passione personale, è una parentesi storica interessantissima, a cui ho persino dedicato in passato un viaggio a Lubecca in Germania – dove le è dedicato un museo. Una storia, a dirla tutta, che si intreccia benissimo con quella della Serenissima Repubblica di Venezia: il Fondaco dei Tedeschi era l’anello di congiunzione tra Baltico e Mediterraneo.

Vabbè, senza andare fuori tema. Apprezzo moltissimo la decisione di porre la statua di Rolando proprio al centro della celebre Piazza del Municipio (Rātslaukums). Rolando, paladino di Carlo Magno (proprio lui…), era considerato nell’Europa del Nord e nelle città della Lega Anseatica il simbolo della giustizia, della libertà commerciale e dell’autonomia cittadina.
Quella che si vede oggi è una copia: l’originale, del 1897, fu rimosso dai sovietici nel 1945 e riposa danneggiato nella chiesa di San Pietro. Da quella statua, per tradizione, si misurano le distanze di tutta la Lettonia.

La mattinata al mercato
Il mercato centrale sta dietro la stazione, sotto i maestosi hangar per zeppelin. Non è un modo di dire: sono davvero gli hangar che i tedeschi costruirono tra il 1913 e il 1917 a Vaiņode per i dirigibili della Grande Guerra. Persa la guerra, la Lettonia indipendente se li fece assegnare, li smontò, li portò a Riga e li rimontò sulle rive della Daugava tra il 1924 e il 1930. All’inaugurazione era il mercato più grande e moderno d’Europa; ancora oggi sono più di tremila banchi.

Dentro, i cinque padiglioni sono divisi per specialità e si girano come cinque paesi confinanti: la carne, il pesce (che si sente da tre metri, tra salmone affumicato e aringhe marinate in dieci modi diversi), il pane, i latticini, e fuori sotto le tettoie le verdure e i piccoli frutti venduti a bicchiere. Non è folclore: al banco non ci sono quasi turisti, c’è gente che fa la spesa con la borsa. Utile saperlo: diversi banchi lavorano ancora volentieri in contanti.


Qui provo per la prima volta il Balsamo di Riga, copiando vari anziani che a mezzogiorno si fanno il bicchierino in una bettola al lato del mercato. Lo butto giù provando il pane nero imburrato con il pesce affumicato e una fetta di uovo sodo sopra, e per mezz’ora sono stordito. Vale la pena spendere due parole su questa roba: la ricetta si fa risalire al 1752, quando il farmacista Abraham Kunze mise insieme una ventina abbondante tra erbe, radici, spezie e oli per farne un rimedio buono per tutto, dalla malaria alle ferite di spada. La formula esatta è ancora segreta; il risultato matura in botti di rovere, si imbottiglia in ceramica scura e fa quarantacinque gradi.

Per riprendermi compro delle pinne di salmone affumicato e sono decisamente tra le cose più buone del viaggio.
Vita da ostello
Il Tree Hostel vorrebbe essere alternativo. La regola senza scarpe, su tre appartamenti diversi, piani diversi, vibes da hippie. Peccato la camerata da 14 sia chiaramente sovraffollata. Appena arrivo ci sono due ragazzi stesi morti sul letto, che emanano un fetore di alcol da mal di testa. Piaga che ricompare spesso a Riga, sui tram, sui bus, nei supermercati: poco da girarci intorno, c’è gente che puzza tremendamente di alcol, un puzzo insopportabile.
Ma per fortuna, quando vado a letto alle 23, i due cadaveri stanno uscendo per la serata e se ne vanno il giorno dopo. Sostituiti da due gruppi di italiani “casalinghi”, che trovo docciati e a letto alle 22.00. I compagni di camera perfetti. Il primo gruppo, romano, sui vent’anni per tre ragazze e un ragazzo, è in tour dei baltici. Più interessante la storia del secondo gruppo: due ragazzi di Pisa sui vent’anni. Gli si è rotta la macchina e stanno aspettando la riparazione. Attaccano bottone quando vedono la mia maglia della mezza maratona di Jesolo, ci promettiamo una birra ma la mia natura da lonely dancer prevale.
La cucina dell’ostello è il regno (conteso) di due signore francesi e di tre signore coreane.
Non è che io ami cucinare, ma la colazione e qualche pasto “erasmus” me lo faccio di tanto in tanto. Così, mentre sorseggio il mio cappuccino liofilizzato Nescafé, assisto divertito a questa guerra fredda. Ostilità confermata dalla mia conoscenza del francese, che le signore evidentemente non sospettano, e dal tono con cui le coreane parlano tra loro guardando verso le francesi. C’è da dire che le coreane hanno scambiato la cucina dell’ostello per un corso di MasterChef: via di aglio in quantità industriali, broccoli bolliti, riso e salsicce tra le sette e le nove di mattina. Il lavaggio stoviglie, cosa risaputa e a me ben nota, è un semplice risciacquo sotto acqua corrente. Tutto ampiamente criticato dalle francesi, con quel borbottio incessante e finanche oltraggiato che pare un trattore anni Venti. La cosa che le manda davvero ai matti è che una delle coreane s’è portata la pentola di riso a letto la sera prima: “Incroyable”, continuano a ripetere.
Null’altro da segnalare, ostello tranquillo e vicino al centro. L’obbligo di togliersi le scarpe lasciava ben sperare, e invece pulizia sufficiente, ma scarsa per i miei standard. Popolazione internazionale tra i 20 e i 50 anni, pagato poco più di 20 euro a notte.
Janis, il lettone che mi introduce agli Ezītis miglā
Una cosa che noto rispetto a Tallinn è la difficoltà di conoscere i lettoni. A Tallinn era quasi spontaneo e naturale interagirci, a Riga faccio fatica: dopo due giorni ancora non riesco a parlare con loro.
Il terzo giorno decido di fare una piccola escursione alla spiaggia di Jūrmala: zona costiera, area di sgambata, spiaggia, bosco e parco giochi a mezz’ora di treno da Riga. L’impatto è bellissimo, con queste dune ricoperte di pineta che nascondono la vista del mare fino all’ultimo. Una spiaggia lunghissima di sabbia fine, costantemente battuta da un vento a tratti piacevole a tratti freddo. Persone in piumino si alternano a persone in costume, nella più tranquilla normalità di un sabato mattina; qualcuno legge al riparo di una duna, altri entrano in acqua per uscirne poco dopo.

A Jūrmala non ero sicuro di voler andare, “faccio una passeggiata fino alla stazione e seguo il flow”, mi son detto. Poi vedo che il biglietto son 2,30 euro, che c’è un treno ogni quarto d’ora circa, con dei piccoli cartelli ovunque, tanto casarecci quanto efficaci, che indicano Jūrmala, che mi dico “seguiamo il flow”.

Mi trovo su questo piccolo treno giallo, semideserto e silenziosissimo, che ti viene quasi vergogna a parlare. Mi siedo e chiedo al tipico ragazzo lettone (alto, magro, biondo, occhi chiari che sembrano fatti in serie, come le ragazze) se è il treno giusto per Jūrmala. Risponde affermativamente in un inglese talmente perfetto che mi fa quasi pensare sia in realtà britannico. Poi, mentre io inizio a mangiare qualche dolcetto acquistato cinque minuti prima, lui mi attacca una pezza incredibile che pare un’intervista. Che poi mi ero svegliato nemmeno un’ora prima, stavo praticamente facendo colazione e di parlare non è che avessi molta voglia, ma vabbè. Oggi è la giornata del flow, seguiamolo.
Insomma, non smette di parlare nemmeno un secondo. Si chiama Janis, mi racconta essere un assistente di volo, nato e cresciuto a Riga. In ferie, ne approfitta per ricucire i rapporti con amici e famiglia, tra cui alcuni parenti di Jūrmala.
Dopo un po’, gli spiego la mia perplessità: “ma com’è che Riga pare una città senza lettoni”. Lui si fa una risata e poi mi risponde: “dipende da dove vai, di certo non li trovi nella città vecchia, non è posto per noi quello… è un posto da turisti, bello sicuramente, ma da turisti”. Poi, quasi volesse dimostrare l’assunto, mi propone di vederci dopo cena a Riga per farmi provare dei posti lettoni. E per l’ennesima volta dico, andiamo con il flow.
Scambiamo Instagram e ci salutiamo alla stazione di Majori, cittadina lungo la spiaggia di Jūrmala. A Jūrmala rimango giusto qualche ora. Il sole del mattino che invogliava a fare il bagno, muta presto in pioggia battente e vento gelido, con quella variabilità che avevo imparato a conoscere nei Baltici.

Sono oramai le nove e mezza quando mi ritrovo con Janis in centro a Riga e nonostante sia abbastanza stanco dalla giornata, è quasi rilassante visto che parla solo lui, in un inglese pulito, chiaro, scandito, da assistente di volo che è un piacere sentire.
Mi propone di andare in un posto amato dagli studenti lettoni, economico ma sicuramente autentico. I miei preferiti. Mi spiega che gli Ezītis miglā (tradotto letteralmente, “Il riccio nella nebbia”, in omaggio a un vecchio cartone animato sovietico del 1975) sono una delle catene di pub e caffè più alternative e popolari di Riga, soprattutto tra gli studenti e i giovani per i prezzi accessibili, l’atmosfera rilassata e il cibo informale. Quello dove andiamo noi è l’Ezītis miglā di Aldaru iela, nella città vecchia a due passi dalla Porta Svedese: due stanze piccole con luce bassa e arredo da soggiorno di qualcun altro, tavoli spaiati, musica non troppo alta. Frequentato da una quindicina di persone, equamente suddivise tra lettoni e turisti. Il menu che mi mostra Janis rende onore alla descrizione che mi aveva fatto: le birre da 0,4 costano 3,90 euro, come anche alcuni amari, i cocktail tra i 6 e i 10 euro, stesso prezzo dei piatti caldi.

Alla fine stiamo lì fino a mezzanotte a bere e parlare. Sospetto, fondatamente, che Janis gestisca l’alcol molto meglio di me e così giochiamo ad una partita in cui lui accelera “altro giro?” ed io rallento “tra cinque minuti”. Come si dice, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza. Però la birra è come benzina, inizia a raccontarmi barzellette sui Baltici a ruota libera. Quando gli chiedo se tra di loro si capiscano, mi risponde che la questione è molto semplice: “il lituano è stato inventato da un estone ubriaco che stava provando a parlare lettone”. O ancora, mi spiega che gli estoni sono famosi per essere lenti: “lo sai come fa un treno lettone quando arriva in Estonia? Prima ciufciufciuf, appena passa il confine ciuf… ciuf… ciuf…” e se la ride di gusto. Insomma, capisco essere una partita a due tra Estonia e Lettonia. “La Lituania?” chiedo. “Nah, non ci importa molto della Lituania.” “Come per noi Rovigo?” dico spontaneo. “Eh?” “Lascia stare…”.
Mi racconta alcune beghe che assomigliano un po’ a quelle che da noi riguardano l’invenzione del tiramisù. La mia preferita è sul primo albero di Natale. Pare che a un certo punto gli estoni abbiano messo un pino in piazza e da lì rivendichino l’invenzione. Ma sono i lettoni ad averlo decorato per primi. “Decoration is what matters”, continua a ripetermi. La decorazione è quello che conta.
Finiamo, per mia esplicita richiesta, con un bicchiere del mio nuovo amore: il Balsamo di Riga. E qui mi rovina un mito: “Quello che hai bevuto, la ricetta originale, oramai la bevono solo le grannies” — le vecchie, quarantacinque gradi di amaro. “Gli altri bevono quello aromatizzato al ribes”, che difatti è quello che ordina per entrambi. Per gentilezza, non gli dico che io preferisco, come le vecchie, la formula originale, più amara ed erbacea, senza la dolcezza del ribes. Inspiegabilmente, anche per Janis, è uno dei pochi alcolici che viene servito per tradizione a temperatura ambiente. Butta giù il bicchiere da 4 cl d’un fiato, come fosse la cosa più normale del mondo. Non lo imito.
Ci salutiamo come dei vecchi amici.
Congedo
Kobe l’ho salutato la sera prima in cucina, davanti ai suoi fogli di calcolo: lui resta a Riga ancora qualche giorno, poi si vedrà. Ci siamo detti che ci saremmo scritti, lo si dice sempre, ma magari lo faremo davvero.
Perché alla fine è questo, Riga: una città che non ti viene incontro. Sta lì con la sua torta di Stalin e il suo castello di luce, la statua della giustizia in mezzo alla piazza e i vecchi che a mezzogiorno mandano giù quarantacinque gradi di erbe amare. Prendere o lasciare. Io ho preso.
A Riga ho trascorso tre giorni bellissimi, intensi e appaganti e ora, sul bus verso Vilnius, mi accorgo di andarmene con il sorriso e un soffio di nostalgia.
