Martedì 17 febbraio 2026 – Saigon
Oggi dovremmo prendere il nostro volo per Saigon. Preferisco chiamarla così rispetto a Ho Chi Minh City – nome che prese dopo la vittoria comunista nella guerra del Vietnam. Più facile da scrivere, più facile da pronunciare, più storicamente accurato e, in fin dei conti, è come molti vietnamiti la chiamano tuttora.
Dico “dovremmo” perché, con tutta l’ansia del giorno prima, non siamo più sicuri di nulla. “Non troverete mai un taxi il giorno del Tet”, “I servizi pubblici nel giorno del Tet? Impossibile”, “Nessuno lavora il giorno del Tet” e così via. Per precauzione ci siamo svegliati alle sette, implorando il ragazzo dell’ostello di trovarci qualcuno per le otto, nonostante il volo sia a mezzogiorno. Così da avere un minimo (quattro ore!) di buffer. Dietro promessa di una piccola mancia, il driver si trova e arriva persino in anticipo. “In fin dei conti il capitalismo è arrivato anche qua” commenta Simone.
Terminiamo velocemente la colazione a base di omelette al pomodoro e caffè con latte condensato, poi via verso l’aeroporto. Le strade sono deserte e arriviamo con largo anticipo. Non ci resta che aspettare l’ora riposando sulle sedie del terminal. L’aereo è puntuale e quasi vuoto: scambio qualche parola con una signora franco-vietnamita prima di addormentarmi in evidente deficit di sonno.

L’arrivo a Saigon è un déjà-vu di quello ad Hanoi. Aeroporto moderno, perfetto, asettico. Città caotica, umida e calda. I colori però sono più caldi di quelli di Hanoi, le persone più sorridenti e amichevoli, le vibrazioni decisamente più positive e, in generale, sembra una città più moderna.
Abbiamo scelto un ostello in centro, vicino al mercato, il Vy Da Central Market Hostel. Questa volta camerata da quattordici persone su sette letti a castello, con piccolo armadietto, tenda privacy e presa indipendente. Lussi che paghiamo l’equivalente di dieci euro a testa per due notti. La camera che ci viene assegnata è lunga e stretta, un unico corridoio centrale, al terzo e ultimo piano – praticamente nel sottotetto – senza ascensore, con un climatizzatore che va a tutta forza h24 nel tentativo, riuscito, di tenere la temperatura a un livello accettabile.
L’ostello è carino, pulito e con un ristorante interno tutto sommato buono ed economico, la cui unica cameriera è una ragazza visibilmente infastidita per essere l’unica vietnamita che lavora durante il Tet. E poco importa se per tutta la settimana è previsto un sovrapprezzo del 15% come mancia obbligatoria “Tet period”.

Dopo pranzo il programma era semplice: una passeggiata tranquilla per la città e, se l’ispirazione ci avesse assistiti, magari una visita a qualche museo sulla guerra. Il destino, però, aveva già provveduto a riscrivere l’itinerario.
Appena finito di mangiare, Simone impallidisce. Si fruga nelle tasche una volta, due, tre. Niente. Il telefono è sparito. Parte immediatamente la procedura d’emergenza: panico, imprecazioni e apertura di “Trova il mio iPhone”. Il telefono risulta immobile nel parcheggio dell’aeroporto. Non serve discutere. Ci alziamo e partiamo di corsa.

Quaranta minuti dopo siamo di nuovo all’aeroporto. Giusto in tempo per vedere il puntino sul GPS muoversi placidamente verso il centro città. Sembra uno scherzo. Chiediamo ai tassisti, proviamo nei negozi, persino al supermercato. Nulla. A quel punto ci arrendiamo all’evidenza.
«È perso.»
Così torniamo indietro.
Naturalmente, appena saliti sul Grab, il telefono decide di ricomparire all’aeroporto.
A quel punto la situazione assume contorni grotteschi. Centro, aeroporto, centro, aeroporto. Troppo regolare per essere una coincidenza: e se l’iPhone fosse semplicemente scivolato dalla tasca durante la nostra prima corsa in Grab?
Si apre allora un nuovo capitolo dell’avventura: contattare l’assistenza clienti indonesiana. Devo riconoscere che, per ragioni che sarebbe lungo spiegare, entrambi vantiamo una discreta expertise nel settore “assistenza clienti”. Tra moduli da compilare, chatbot indecifrabili, traduzioni improvvisate dall’inglese-indonesiano-vietnamita e ritorno, riusciamo finalmente a ottenere il contatto dell’autista.
Lo chiamiamo. Lui risponde. Non parla una sola parola d’inglese. Noi non parliamo una sola parola di vietnamita. La conversazione dura circa dieci secondi e termina con un elegante riaggancio. Per un quarto d’ora ci convinciamo che sia finita. Poi il telefono squilla.
Dall’altra parte non c’è l’autista, ma il suo vicino di casa, che fortunatamente parla inglese. Il telefono è stato trovato. È al sicuro. Ci diamo appuntamento davanti all’ufficio postale centrale di Saigon.
Quando vediamo finalmente arrivare l’auto proviamo un sollievo difficile da descrivere. L’autista scende, mostra il telefono e pretende – giustamente – che Simone lo sblocchi per dimostrare di esserne il proprietario e non l’ennesimo truffatore internazionale.
Superata la verifica, Simone gli porge una mancia di venti euro. L’autista inizialmente rifiuta. Poi accetta. Si confronta con il vicino che l’aveva accompagnato, capisce a quanto ammontano venti euro. A quel punto sgrana gli occhi come se avesse appena assistito a un’apparizione mariana e non smette di ringraziare Simone, che a sua volta non smette di ringraziare l’autista.
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Tra vai e vieni aeroportuali e call center vietno-indonesiani, si era ormai fatta sera. Giusto il tempo per un buon caffè vietnamita, mia precondizione a qualsiasi ulteriore esplorazione (e per menzionare il Sipply Specialty Coffee: uno dei più buoni caffè mai bevuti), e una passeggiata notturna per Saigon.
Saigon è una capitale asiatica a tutti gli effetti. Una città enorme, luminosa, festosa, caotica, divertente e piena di vita, che ti accoglie immediatamente come uno di famiglia. Non so dire se fosse per il Tet, ma la passeggiata serale a Saigon è una gioia per gli occhi. Una fiumana di gente percorre gli enormi viali del centro, contornati da bancarelle di cibo locale, giardini pedonali, bar, ristoranti e negozi. Camminiamo senza una particolare meta, assorbendo l’atmosfera e godendoci l’aria più fresca della sera.
Per cena proviamo finalmente il pho, la tipica zuppa vietnamita preparata con spaghetti di riso e carne di manzo o di pollo. Ce la servono abbastanza neutra (forse perché siamo turisti? boh), lasciando sul tavolo varie erbe e spezie per personalizzarla, tra cui lime, germogli di soia e coriandolo. Attaccando bottone con qualche local, scopriamo che la cucina vietnamita è un incrocio di varie cucine straniere, avendo il Paese subito diverse invasioni e colonizzazioni. Si può riconoscere l’influenza del ramen giapponese e della cucina cinese nelle zuppe, della baguette francese nei celebri panini banh mi o nel caffè.
Vabbè, sta di fatto che esagero con spezie e coriandolo e il pho mi va quasi di traverso, oltre a essere leggermente troppo caldo rispetto al clima. Senza contare qualche residua difficoltà nell’utilizzo delle bacchette, sebbene in rapido miglioramento. Simone mi guarda divertito mentre si gusta il suo pho come, o forse più, di un local.


Sulla via del ritorno proviamo a prelevare, essendo ormai rimasti senza dong – che si usano a botte di centinaia di migliaia per pagare una cena. Interrogando blog, forum e l’ormai onnipresente intelligenza artificiale, avevamo scoperto che in tutto il Vietnam una sola banca non applica commissioni ai prelievi con carta straniera.
E infatti all’ATM troviamo una coda infinita di stranieri: sembra che tutti i turisti di Saigon si siano dati appuntamento lì quella sera. I vietnamiti passano e ci guardano curiosi, alcuni sorridendo e altri ridendo apertamente. Fatto sta che dopo dieci minuti ci avvisano che il contante è finito. E via di corsa a un altro sportello. Qui, altro giro altra coda. Un turista giovane, palesemente nordeuropeo, si mette pure a urlare qualcosa tipo “Scusate l’attesa ma questa c***o di macchina eroga solo 500.000 dong a volta (circa 15 euro). Fuck qui, fuck là, devo far serata” ecc. ecc.
Riusciamo finalmente a prelevare e poi dritti a letto. O almeno così speravamo, visto che in camera c’è una festa di sudamericani e un picchetto di francesi che sta provando ad abbassare l’aria condizionata, che continua ad andare al massimo nonostante fuori non splenda più il sole.
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Qui merita fare una premessa: il programma era stato preparato al 95% da Simone e si era rivelato decisamente un valore aggiunto, visti i luoghi e le esperienze che aveva scovato tra guide, forum e blog – culminati nella Hà Giang Loop. Dal canto mio, abituato a non programmare e a farmi trascinare dal flusso, mi ero dedicato ad ascoltare podcast sulla storia del Vietnam e a leggere qualche libro. Tra questi, “Pelle di leopardo” di Tiziano Terzani e “Saigon e così sia” di Oriana Fallaci. Oltre a visionare vari film, tra cui Apocalypse Now e Platoon.
Fatto sta che l’unica mia richiesta era di visitare almeno un posto dove rivivere la Guerra del Vietnam. La scelta era caduta, per necessità di programma e facilità d’accesso, sui Cu Chi Tunnels.
Mercoledì 18 febbraio 2026 – Cu Chi Tunnels
I Cu Chi Tunnels sono un reticolo di gallerie sotterranee, lungo qualche centinaio di chilometri, scavato dai vietcong durante la Guerra del Vietnam. I cunicoli costituivano una vera e propria città sotterranea: ospitavano dormitori, depositi di armi, cucine, ospedali e centri di comando. Servivano principalmente per nascondersi durante il giorno e attaccare durante la notte.
Sui Cu Chi Tunnels avevamo raccolto opinioni discordanti, ben riassumibili con un messaggio ricevuto da un’amica: “Sono una trappola per turisti, ma vanno visti”. E così, un po’ per accontentare me, un po’ perché era il modo più semplice per dedicare una giornata a quel periodo storico, nel pomeriggio del giorno prima avevamo prenotato il tour dell’ostello.
La prenotazione era avvenuta secondo un meccanismo che sarebbe stato, tristemente, destinato a ripetersi durante il viaggio e che suona più o meno così.
“Vorremmo prenotare due posti per il tour dei Cu Chi Tunnels di domattina.”
“Tutto pieno per le festività, ma adesso vi troviamo un posto. Passate più tardi.”
[Più tardi]
“Posto trovato, tutto ok, domani mattina la partenza è alle sette in punto, colazione take away.”
L’impressione, poi verificata, è che se offri di pagare ti dicono sempre di sì. Poi il Signore provvederà.
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In una scena che sarà la costante del nostro viaggio, alle sette del mattino seguente, come da istruzioni, scendiamo nella sala comune pronti per l’escursione. Mentre ci sediamo sulle panche del ristorante/sala comune, osserviamo la receptionist impegnata in una telefonata infuocata, di cui capiamo ben poco essendo le urla in vietnamita. Capiamo però esserci un problema con il nostro tour dai sorrisi che ci riserva tra un urlo e l’altro.
Finita la telefonata, si avvicina e ci ripete in loop “overbooking… no problem… overbooking… no problem”, evidentemente infastidita dai nostri sguardi confusi. Non capiamo se il tour sia in overbooking o se il problema sia stato risolto.
Finalmente arriva la cameriera, la cui sintesi è: “Il tour era in overbooking, ma grazie ai nostri contatti siamo riusciti a inserirvi in un tour migliore, deluxe, che normalmente costerebbe molto di più. Vista la situazione, ci facciamo noi carico del sovrapprezzo”. E vorrei anche vedere, penso ma non dico. Ci limitiamo a ringraziare.
A parte la marchetta del tour deluxe, tutto procede per il meglio. Ci danno due sportine con la colazione e di lì a qualche minuto arriva il piccolo pulmino, direzione Cu Chi Tunnels.
Siamo gli unici italiani a bordo, il resto si divide più o meno equamente tra varie nazionalità: una coppia di anziani inglesi molto british con sandalo, calzino bianco e cappello di paglia, due giovanissime e silenziosissime ragazze tedesche, una coppia sulla quarantina di francesi e due coppie di rumorosissimi turisti sulla cinquantina che soprannominiamo i “Russi”, intercettando qualche “DA”, “NIET” e “SPASIBA”.
Apriamo la sportina e troviamo due uova all’occhio di bue immerse in abbondante insalata. A lato, dell’anguria tagliata. “Niente verdura e niente frutta senza buccia.” Il mantra prima di partire.
E così mangiamo di gusto, accompagnati dai sorrisi degli inglesi e dagli sguardi delle silenziosissime tedesche, mentre lo “sgnuppighio” viene opportunamente coperto dal continuo ciarlare e dalle grasse risate dei russi.
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La campagna vietnamita scorre lenta sul percorso verso i Cu Chi Tunnels, aprendo pian piano l’orizzonte a infinite distese di terra, risaie e case coloniche. Solo di rado attraversiamo qualche paesino: qualche casa, una strada e poco più.
Più osservo i vietnamiti e più faccio fatica a collocarli nella narrazione sulla Guerra del Vietnam. Sinora le persone ci sono sempre apparse così calme, pacifiche e sorridenti. Parimenti, in città non ci siamo mai sentiti a disagio o in pericolo, nemmeno di notte o in quartieri periferici. Su queste premesse, non riesco a comprendere i livelli di crudeltà raggiunti durante la guerra, così ben rappresentati in tanti film e libri occidentali.
Questi sono i miei pensieri quando la guida prende la parola. Quang è un ragazzo giovane, di appena diciannove anni, con un gran sorriso e tanta energia a mascherare la difficoltà di esprimersi in inglese. Come lui stesso dirà, l’ha imparato con i corsi gratuiti di Duolingo: “chi ce li ha i soldi per un insegnante madrelingua”. Alto e magro, accompagna il parlare con ampi gesti delle mani e risate solitarie, sforzandosi senza successo in un atteggiamento amichevole all’occidentale (hey bro) ai limiti del grottesco.
Quang prende la parola sulla via dell’arrivo, tenendo un piccolo foglio in mano e raccontandoci qualche aneddoto della guerra. Il racconto è frammentario, senza un filo logico, più episodico e personale che contestualizzato, in un inglese tanto semplice quanto d’effetto – parole crude, senza edulcorazioni intellettuali.
“Come sapete la Guerra di liberazione è durata qualche decennio e ha visto la vittoria totale del Vietnam contro l’invasore americano. Ma dopo la guerra è venuto l’embargo e con l’embargo è venuta la fame. Una fame tremenda, il Vietnam era ridotto in macerie. Code lunghissime per un po’ di riso, tutti che cercavano di scappare. Poi è finito l’embargo ed è arrivato il benessere e i turisti, e con loro il lavoro e il progresso. Beh, sapete cosa vi dico? A me non importa nulla della politica, a me importa solo la mia famiglia. Io voglio fare i soldi e vivere bene con la mia famiglia. Alla fine, la famiglia è la cosa più importante che ho. Personalmente ho deciso di lavorare per chi mi dà i soldi e quindi porto la gente ai Cu Chi Tunnels. I tunnel li abbiamo costruiti per uccidere gli americani, perché loro volavano alti con gli elicotteri e noi dovevamo nasconderci. Poi di notte uscivamo e li facevamo a pezzi tutti. Allora loro venivano a cercarci nella giungla, ma noi restavamo nascosti settimane sottoterra. Nel frattempo, loro morivano con tutte le trappole che gli avevamo preparato. Vedrete che belle trappole che preparavamo [risata fragorosa]. Entriamo tutti insieme, c’è molta gente per le festività. Mettetevi la crema solare e l’antizanzare, una bottiglietta d’acqua è inclusa nel tour e statemi vicino. Alla fine del tour chi vuole può sparare. Siamo arrivati.”
Il lungo viale d’accesso ai Cu Chi Tunnels è affiancato da un’interminabile fila di bandiere vietnamite su entrambi i lati. Scesi dal bus, l’accesso all’area avviene tramite un piccolo tunnel che immette direttamente nella foresta.
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La prima cosa che si nota, appena inghiottiti dagli alberi, è il sottofondo. Un crepitio continuo di colpi d’arma da fuoco proveniente dal poligono in fondo al parco, dove i turisti pagano per sparare con le armi della guerra. Come colonna sonora per entrare nel mood “Guerra del Vietnam”, funziona benissimo.

Il percorso si snoda nella foresta lungo sentieri di terra rossa, tra liane contorte che sembrano sculture e crateri di bombe ormai addomesticati dalla vegetazione. Ogni tanto Quang si ferma, indica un termitaio: finto, è uno sfiato per l’aria dei tunnel. Indica un cumulo di foglie: finto anche quello, un’altra entrata. Dopo la terza volta, cammino guardando per terra – non si sa mai.
Poco più avanti, sotto un’altra tettoia, riposa la carcassa arrugginita di un carro armato M41 americano, con tanto di scritta commemorativa dipinta in giallo: “destroyed by a delay mine in 1970”. I turisti ci si arrampicano sopra per le foto. Il cannone è lucido nei punti dove migliaia di mani lo hanno accarezzato. A pochi metri, sotto teloni verdi, una batteria di obici e cannoni americani, e più avanti bacheche piene di granate, mine e bombe inesplose, riciclate a suo tempo dai vietcong come materia prima per nuove trappole. L’economia circolare prima che diventasse di moda.

Si prosegue con la sezione trappole, allestita sotto una tettoia di paglia decorata da un enorme murale in stile propaganda: soldati americani che cadono in buche irte di punte, disegnati con la delicatezza di un cartone animato. Sotto, una fila di botole ricoperte d’erba sintetica, ciascuna con la sua trappola: la window trap, la clipping trap, il rolling trap e altre amenità i cui nomi da soli meriterebbero un manuale di marketing dell’orrore. Sono meccanismi di una semplicità disarmante: legno, bambù appuntito, un perno che ruota. Costo di produzione prossimo allo zero, efficacia devastante.
Ed è qui che Quang dà il meglio di sé. Ogni trappola viene presentata con l’entusiasmo di un venditore di elettrodomestici e la delicatezza di un tagliagole. Aziona il meccanismo con un bastone, la botola ruota, le punte scattano: “Tak… you gone, you gone!” e giù una risata fragorosa. Davanti alla fossa con gli spuntoni di bambù, mima un soldato che ci cammina sopra: “Na trang… too late, bye bye!”. Altra risata. I russi ridono con lui, gli inglesi sorridono educatamente, le tedesche tacciono silenziosissime. Io oscillo tra il divertito e il disturbato, senza riuscire a decidermi. Forse è proprio questo il punto.
Ad ogni modo Quang ci spiega che la maggior parte delle trappole miravano a ferire più che uccidere: “Ne ferisci uno, blocchi la squadra, quattro uomini tornano indietro. Ne uccidi uno, la squadra va avanti.”
Poi arriva il momento clou: l’ingresso nei tunnel veri. O meglio, in una sezione allargata per turisti – gli originali erano ancora più stretti, e già così c’è da chiedersi come facessero. Si scende una scaletta e si procede accovacciati, in fila indiana, in un budello di terra rossa illuminato dalle torce dei cellulari.
Simone parte davanti, io dietro. I primi metri sono quasi divertenti, tipo giochi senza frontiere. Poi il caldo comincia a farsi sentire, la schiena protesta, le ginocchia pure, e il buio davanti sembra non finire mai. Procediamo un po’ accucciati e un po’ a carponi, sudando come fontane. Qualche turista si ferma a scattare una foto, bloccando l’intera fila. L’assoluta impossibilità di muoversi unita al caldo, al buio e all’umidità mi provocano una sofferenza claustrofobica che mi fa ringraziare il Signore quando finalmente ne usciamo, dopo una manciata di minuti, accecati dalla luce e con i vestiti da strizzare. Ecco, i Cu Chi Tunnels sono tutti in questo scarto: entri per il giochino da turisti, esci con un filo di angoscia addosso.
Con questo bagno di realismo ci fermiamo in una radura all’apparenza anonima: terra battuta e foglie secche, nient’altro. Quang si guarda intorno teatralmente, si china e – con il gesto di un prestigiatore – solleva dal nulla un coperchio di legno poco più grande di un vassoio. Sotto, un buco nero largo quanto le spalle di un adolescente: “Vietcong small, American fat!”, ride Quang, invitandoci a provare.
Dopo un po’ provo anche io. Mi calo nel buco: le spalle passano solo mettendo le braccia in alto, in una specie di tuffo al contrario. Una volta dentro, sollevo il coperchio coperto di foglie sopra la testa per la foto di rito, sorriso da idiota incluso. È un giochino da turisti, certo. Però rende bene l’idea.


La visita si chiude nell’area “vita quotidiana” dove osserviamo la famosa cucina di Hoang Cam, progettata per incanalare il fumo lontano e disperderlo a filo del terreno, invisibile agli aerei da ricognizione. Qui ci offrono l’assaggio del pasto tipo del vietcong: manioca bollita da intingere in un trito di arachidi, sesamo e sale, accompagnata da tè in bicchierini di ceramica.
All’uscita, Quang ricorda l’ultima attrazione: il poligono. I russi non se lo fanno ripetere e così ci riposiamo mentre li aspettiamo.
Sul pulmino del ritorno ripenso alla domanda che mi porto dietro dall’andata: come si concilia tutta questa gentilezza con tutta quella ferocia? Non ho una risposta. Ho solo Quang che, congedandosi, ci ringrazia con il suo sorriso enorme e ci ricorda per l’ennesima volta che a lui della politica non importa nulla, che conta solo la famiglia. Forse la risposta è proprio lì: la ferocia era il prezzo per difendere quello, e finita la guerra non serviva più. O forse è una risposta troppo comoda, da turista con la bottiglietta d’acqua inclusa nel tour. “Trappola per turisti, ma vanno visti”, diceva l’amica. Confermo entrambe le cose.
***
Il rientro a Saigon è un lento riemergere: la campagna lascia spazio ai capannoni, i capannoni ai motorini, i motorini a fiumi di motorini. Mi addormento con la faccia contro il finestrino e mi risveglio in pieno traffico cittadino, con il collo a pezzi e la sensazione di aver dormito tre minuti e tre ore contemporaneamente.
In ostello, la fila per le docce è l’ennesima coda della giornata, ma stavolta la ricompensa è immensa. Tolta di dosso la terra rossa di Cu Chi, decidiamo che una giornata passata a strisciare nei cunicoli vietcong merita un finale agli antipodi: il Landmark 81, il grattacielo più alto del Vietnam, ottantuno piani di vetro e acciaio piantati sulla riva del fiume Saigon.
Ed eccoci lì, ancora con le scarpe da trekking addosso, a sorseggiare un cocktail con tutta Saigon che brilla sotto di noi: il fiume nero che taglia la città, i viali illuminati per il Tet, milioni di motorini ridotti a formiche luminose. La parte migliore è il conto: per un cocktail con vista dal tetto dell’Indocina paghiamo poco più di uno spritz a Treviso.

Rientriamo stanchi morti, di quella stanchezza buona che sa di giornata piena. In camerata l’aria condizionata pompa al massimo, come sempre. Il picchetto di francesi ha evidentemente perso la sua battaglia, e stavolta perfino i sudamericani dormono. Mi infilo nel mio letto a castello, tiro la tenda privacy e penso che ventiquattro ore fa inseguivo un iPhone per Saigon e oggi sono strisciato in un tunnel vietcong.
E, a dirla tutta, non vedo l’ora di ripartire domani per Da Nang.
Saigon in immagini
[La quasi totalità delle foto sono di Simone, decisamente superiore per bravura e mezzi]







