Hanoi: arrivo in Vietnam nel cuore del Tết (cap. 1)

13 Giu , 2026 - Viaggi

Hanoi: arrivo in Vietnam nel cuore del Tết (cap. 1)

Da Milano al Capodanno lunare, tra cocco verde, caffè col phin e città che bruciano dolcemente nella notte.

L’Asia è rimasta per me un tabù da quando, nel 2020, dovetti mio malgrado rinunciare a un viaggio in Indocina già pianificato – e in parte pagato – a causa della diffusione del Covid. un viaggio che allora speravo potesse persino diventare l’inizio di un giro del mondo.

Così il Vietnam non partiva da zero: si portava dietro il ricordo di quella rinuncia. Eppure, quando Simone me lo propose come alternativa alla mia solita ossessione per i “cammini”, mi parve arrivato il momento di mettere una pietra sul passato e conoscere un continente per me quasi del tutto nuovo.

Leggi tutto: Hanoi: arrivo in Vietnam nel cuore del Tết (cap. 1)

Domenica 15 febbraio — partenza da Milano

Un sole caldo e quasi primaverile accompagna il nostro arrivo a Malpensa. Un vero peccato doversi rinchiudere in aereo per le prossime dieci ore. Il piano di viaggio è tanto semplice quanto improvvisato: arrivare ad Hanoi nel nord del Vietnam, prendere un volo per Saigon – Ho Chi Minh City (stessa città, nome diverso) – e da lì risalire lentamente il Paese. Le nostre prenotazioni si fermano al terzo giorno.

Alle 11.30 il volo Air China parte in perfetto orario con destinazione Shanghai. L’Airbus A350-900 si innalza veloce sopra le nuvole, più silenzioso degli aerei regionali, più piccolo di quelli a due piani delle compagnie più blasonate. Pur moderno, le finiture posticce, i sedili dal tessuto che ricorda i vecchi treni Intercity e l’intrattenimento limitato giustificano il prezzo pagato: 488 euro andata e ritorno Milano-Hanoi, via Shanghai Pudong. Il più economico che siamo riusciti a trovare, circa la metà delle controparti europee o mediorientali.

A pranzo chicken rice, per colazione rice chicken e “Ci scusiamo in anticipo se il pasto alternativo non è disponibile per tutti a causa delle quantità limitate”. Per il resto non ho nulla da segnalare. Difficile dormire essendo partiti alle undici di mattina e l’arrivo a Shanghai alle 5.50 del giorno successivo spacca il secondo.

A bordo c’è una netta prevalenza di cinesi, molto silenziosi e gentili nei nostri confronti. Più raramente si sente parlare qualche italiano, in minoranza anche rispetto ad altre nazionalità europee.

Lunedì 16 febbraio — lo scalo di Shanghai e l’arrivo ad Hanoi

A Shanghai piove di una pioggia battente, ininterrotta, che picchietta fastidiosa sui vetri del terminal. Quando sbarchiamo sono passate da poco le sei di mattina e l’aeroporto è completamente deserto. Per arrivare al gate dobbiamo prendere due metropolitane interne: un dettaglio che rende l’idea delle dimensioni, rese quasi grottesche dalla semi-oscurità dell’ora e da quel silenzio assoluto che avvolge gli enormi corridoi del terminal, dove frecce luminose sul pavimento, verdi e rosse, si preparano a indirizzare il traffico umano del nuovo giorno.

Prima metro interna all'aeroporto di Shanghai
La prima metro al Terminal di Shanghai

Tutto moderno, pulito, asettico ed estremamente controllato. Assaggio un tramezzino con le uova, molto occidentale, e delle arachidi al wasabi, molto orientali – scelta di Simone, decisamente più incline alle stranezze culinarie.

La coincidenza per Hanoi, di lì a tre ore, è anch’essa puntualissima. Sempre Air China, sempre chicken rice, sempre lo stesso annuncio di scuse. Dormo di un sonno che non ristora, ma affatica. In meno di ventiquattr’ore sono passato dal freddo-caldo di una soleggiata mattinata milanese, al freddo umido e piovoso della notte di Shanghai, al caldo umido di una mattinata ad Hanoi.

Ad accoglierci, una splendida giornata di sole. Anche qui l’aeroporto è moderno, pulito e stranamente silenzioso. Le vetrate del gate paiono separare due mondi. Non appena le attraversiamo: la confusione. Il dipinto si tinge di piccole scene quotidiane – i tassisti, abusivi o meno, lanciati nell’accaparramento del cliente occidentale, qualche venditore ambulante che si propone in vietnamita, qualche altro che urla “SIM CARD” o “EXCHANGE”.

Io scorgo l’autobus arancione indicato dalla Lonely Planet e sarei disposto a farmi un’oretta e mezza su quel mezzo, tanto malmesso quanto pittoresco, per arrivare in centro. In fin dei conti, dico a Simone, “quel che conta è l’esperienza”. Ma Simone, il più tecnologico dei due, mi convince a prendere un Grab, l’Uber locale. “Alla fine sono solo 5 euro in più”, mi dice. L’autista non parla più di qualche parola di inglese che, col suo accento, si fa pure fatica a capire. Così, dopo qualche battuta, ci lascia ai nostri pensieri.

Strada verso il centro di Hanoi, Vietnam
Sulla strada verso il centro di Hanoi

La strada che dall’aeroporto conduce ad Hanoi è ampia almeno tre corsie, con asfalto nuovo e segnaletica ben visibile, ma sostanzialmente inutile. Scorre veloce e confortevole, alternando fitta vegetazione semi-tropicale a quartieri urbani mal pianificati e ancor peggio realizzati. Il sentimento di caos ordinato sarà una costante del viaggio.

Una prima cosa ci colpisce: le case dalla facciata stretta, il corpo allungato verso l’interno e l’altezza che raggiunge spesso i tre piani. Nel pomeriggio scopriamo che è retaggio del colonialismo francese, quando le tasse si pagavano in base alla larghezza del fronte strada.

Man mano che ci avviciniamo al centro, l’andare rilassato lascia il posto al caos cittadino. Difficile, per un occidentale, orientarsi in quel traffico magmatico: un progredire lento ma incessante, che non prevede arresti ed è costantemente accompagnato dal clacson, le cui regole d’uso mi sono francamente ignote. Auto e motorini si infittiscono in un reticolo dove tutti procedono lenti e nessuno pare minimamente influenzato dagli altri. Mai abbiamo visto qualcuno arrabbiato per una frenata improvvisa, per uno scarto laterale o per un turista che attraversa nonostante il traffico.

Che poi, a volerla dire tutta, gli scooter non sono come i nostri – casco, specchietti, luci funzionanti e spesso una sola persona a bordo. Qui lo scooter pare svolgere la funzione di quelle grosse station wagon di una volta, quelle che quando sgasavi sputavano una nube color pece, prima di essere sostituite dai SUV. Perché qui è facile vedere tre, quattro, cinque persone a bordo, con o senza cane al seguito. E oltre alle persone capita di vedere galli, galline, oche, maiali, bombole del gas e ogni altra merce che possa venire in mente. L’unica spiegazione che mi do, per cui tutto questo non sia una continua strage, è che sanno manovrare davvero bene: abituati allo scooter sin da piccoli.

Scooter ad Hanoi, Vietnam
Chi trova il cane?

Ben presto giungiamo al primo ostello del viaggio. Pagato poco più di tre euro a testa per una notte, colazione inclusa, si trova nell’Old Quarter, l’area più turistica e costosa della città. Ci accoglie un ragazzo dall’età indefinibile che fotografa al volo i nostri passaporti col cellulare e chiede di saldare in contanti. Versiamo circa 170.000 dong (il cambio con l’euro è di circa 1 a 30.000) e prendiamo possesso di un letto matrimoniale – unico rimasto, e prima volta che mi capita – in una stanza da otto persone, con altri due matrimoniali a castello.

Una piccola finestra dà su un balcone stretto e lungo, unica presa d’aria, tenuta però quasi sempre chiusa per paura delle zanzare. Il bagno, unico e non finestrato, è il vero punto debole, nonché regno della più feroce umidità. Sistemo la mia zanzariera portatile sul letto – tanto derisa da Simone quanto utile nel proseguo del viaggio – e ci addormentiamo promettendoci più volte di fare solo un leggero sonnellino, per non peggiorare il jet lag.

Tre verità nel giro di pochi minuti

Due ore più tardi siamo finalmente per le strade di Hanoi e, quasi subito, scopriamo tre verità.

La prima, decisamente piacevole: siamo arrivati proprio nel giorno della festività più importante dell’anno, il Capodanno lunare, o Tết. Qualche appassionato di storia ricorderà l’Offensiva del Tết durante la guerra del Vietnam. Chiedendo qua e là, scopriamo che per i vietnamiti questa ricorrenza vale come Capodanno, Natale e Pasqua messi insieme: segna l’inizio del nuovo anno lunare ed è il momento delle grandi riunioni familiari, delle pulizie di casa per allontanare gli spiriti maligni, delle offerte agli antenati e dello scambio di auguri di fortuna e prosperità.

La seconda, altrettanto piacevole: quella sera, nel cuore della città, è previsto uno spettacolo pirotecnico sul Lago della Spada Restituita (Hoàn Kiếm), con la suggestiva Torre della Tartaruga (Tháp Rùa) a fare da sfondo. Nonostante le appena cinque ore di sonno e un jet lag feroce, decidiamo che non possiamo perdercelo.

La terza, decisamente meno piacevole: proprio a causa del Tết, ci dicono che trovare un taxi per l’aeroporto l’indomani, in tempo per il volo diretto a Saigon, sarà praticamente impossibile.

Due storie d’amore: il cocco e il caffè

Rinfrancati e atterriti allo stesso tempo, decidiamo di provare qualche prelibatezza locale. È in quel momento che nascono, senza alcun dubbio, due delle storie d’amore più belle della mia vita: l’acqua di cocco e il caffè vietnamita.

La prima si presenta sotto forma di un grosso cocco verde, ben diverso da quelli marroni dei nostri supermercati. Lo si trova ovunque: impilato sui marciapiedi, nei mercati, davanti ai ristoranti, sui carretti lungo la strada. Il venditore gli assesta qualche colpo di machete, apre un foro perfetto sulla sommità e infila una cannuccia. All’inizio pensiamo che il rituale finisca lì; in realtà i veri esperti fanno un passo in più: terminata l’acqua, riconsegnano il cocco al venditore che lo spacca a metà, e con un cucchiaio si raccoglie la polpa bianca e gelatinosa che riveste il guscio.

Fresca, leggermente dolce e incredibilmente dissetante, l’acqua di cocco diventa in pochi giorni una dipendenza quotidiana. Finisco per berne quattro o cinque al giorno, comprandola ovunque: bar, ristoranti, mercati della frutta, baracchini e, in un’occasione, persino da un signore che la vendeva direttamente dal garage di casa. Il prezzo “turistico” varia parecchio: dai 15.000 dong (circa cinquanta centesimi) del garage ai 60.000 (circa due euro) dei locali nelle zone più frequentate.

Bere un cocco in Vietnam

La seconda storia d’amore è quella con il caffè. Se il cocco diventa il compagno delle ore più calde, il caffè si conquista tutti gli altri momenti della giornata: intenso, forte e dotato della rara capacità di tenere sveglio anche chi ha appena attraversato mezzo pianeta. Viene preparato con il tradizionale filtro phin, un piccolo infusore metallico appoggiato sulla tazzina: dentro, caffè macinato e acqua bollente; poi non resta che aspettare. Goccia dopo goccia, il caffè filtra lentamente. Un procedimento quasi meditativo, in netto contrasto con il caos di Hanoi che scorre a pochi metri.

Caffè con l'uovo in un bar di Hanoi
Primo caffè all’uovo

Le varianti più diffuse sono due. La prima è il celebre egg coffee, col tuorlo montato con zucchero fino a una crema densa e vellutata: la prima volta che ce lo spiegano scherziamo definendolo “biologico”, salvo convenire che prima di assaggiarlo sarebbe opportuno fare il segno della croce – esperimento che, a onor del vero, si conclude quasi sempre senza conseguenze e con risultati sorprendentemente piacevoli. La seconda è il caffè con latte condensato, eredità coloniale francese: in clima tropicale il latte fresco si conservava male, quello condensato no. Il risultato è una bevanda dolce, cremosa e decisamente energica.

Non è l’abitudine più economica del viaggio, almeno nelle aree turistiche, si paga tra i 15.000 e i 60.000 dong a tazza. Ma a quel punto il problema non è più il costo. Il vero problema è che ormai ne bevo due o tre al giorno, e l’idea di tornare al normale espresso italiano comincia quasi a sembrarmi una rinuncia.

La notte del Tết

Con poco più di cinque ore di sonno, un jet lag da paura e l’andatura da zombie, ci avviamo verso le rive del Lago della Spada Restituita. L’atmosfera è da Piazza del Popolo a Capodanno. Sul lato del lago emerge luminoso, in una notte particolarmente buia, un maxischermo che proietta un cantante live, con un discreto seguito di giovani che danzano sulle note della musica pop house vietnamita (o almeno credo). Per chi non si ferma, un’autostrada di gente conduce a senso unico verso le rive: tutti in piedi, in una serata che da noi diremmo primaverile, con lo sguardo fisso verso la pagoda solitaria al centro del lago, in religiosa e rumorosa attesa dello spettacolo.

Puntuali come (stranamente) avevamo imparato a conoscerli, a mezzanotte i fuochi cominciano. L’inizio è in sordina, ma il crescendo è continuo, accompagnato dalle esclamazioni di apprezzamento del pubblico. Non mi dilungo sullo spettacolo – bello, ma né originale né troppo diverso da quelli che si ammirano in Europa. Più interessante l’usanza di scambiarsi banconote finte tra amici, in buste rosse, come dono augurale. Tra quelle banconote riconosco con sorpresa diverse vecchie lire italiane.

Fuochi d'artificio per la celebrazione del TET ad Hanoi

Lasciato alle spalle il lago, la città sembra essersi trasformata nel giro di poche ore. Se di giorno Hanoi era apparsa ordinata nel suo caos, al calare della sera il Tết ne ha preso definitivamente possesso. Camminando verso l’ostello ci troviamo immersi in un’atmosfera insieme familiare e completamente estranea. In ogni quartiere, agli angoli delle strade, davanti alle case, nei cortili e persino sui marciapiedi, ardono piccoli falò. Centinaia di fuochi punteggiano la città come piccole torce.

Fuochi per strada per il TET

All’inizio non capiamo cosa stia succedendo. Avvicinandoci, ci accorgiamo che non sono fuochi per scaldarsi (col caldo che fa, poi…). Attorno alle fiamme le persone si raccolgono in silenzio, spesso in famiglia: anziani, genitori e bambini, intere generazioni riunite davanti a quei piccoli roghi. Nel fuoco finiscono fogli colorati, lettere, banconote finte, riproduzioni in carta di oggetti quotidiani: vestiti, automobili, telefoni, persino case in miniatura. Ci spiegano che è un’antica tradizione legata al culto degli antenati: bruciando quegli oggetti simbolici, i vivi li inviano ai propri cari nell’aldilà, affinché non manchi loro nulla nel nuovo anno. Un gesto che ai nostri occhi può apparire curioso, ma che per molti vietnamiti è un autentico atto d’amore e di rispetto verso chi non c’è più.

Fuoco per la celebrazione del Tet

Ci perdiamo più e più volte a osservare quelle scene così intime e allo stesso tempo così pubbliche. Le fiamme illuminano silenziose i volti, mentre in lontananza si sentono scoppiare i petardi ed il brusio incessante della città. Hanoi sembra vivere in due tempi diversi: il presente festoso del Capodanno e un passato antico, fatto di tradizioni tramandate da generazioni. Proseguiamo lentamente, senza fretta. Ogni strada offre una scena diversa, ogni falò racconta una storia che non conoscevamo. Siamo in Vietnam da poche ore, eppure ci troviamo già nel cuore di qualcosa di profondamente autentico: non stiamo semplicemente visitando una città, stiamo assistendo a un rito collettivo che si ripete da secoli. Sarebbe tutto molto più poetico se, prosaicamente, le strade non si riempissero in fretta di fumo e – ahimè – di odore di plastica e gomma bruciata.

Fumo in un tempio dopo il TET
La coltre di fumo che avvolge Hanoi

Quando finalmente arriviamo all’ostello, il bagliore dei fuochi continua a riflettersi sui muri e sulle finestre dei palazzi. Prima di rientrare ci voltiamo ancora una volta verso la strada. Hanoi brucia dolcemente nella notte del Tết, non per distruggere, ma per ricordare. E in questo momento ci sentiamo fortunati a poter iniziare così una nuova avventura.

Fuori onda da Hanoi

Per chi ha voglia della versione meno seria del primo giorno: a fine serata, davanti a una birra, ho fatto due chiacchiere con Simone: il fumo per le strade, una blatta a dir poco memorabile e l’angoscia del taxi che l’indomani, col Tết, non si trovava.

[Quasi la totalità delle foto sono di Simone, decisamente superiore per bravura e mezzi]


,

Comments are closed.